A colloquio con Pierluigi Pedretti per “Ester e il sovversivo”, il suo esordio narrativo
A colloquio con Pierluigi Pedretti per “Ester e il sovversivo”, il suo esordio narrativo
E’ appena uscito per i tipi di Edizioni Efesto «Ester e il sovversivo», esordio narrativo di Pierluigi Pedretti. Ne abbiamo discusso insieme allo scrittore nel corso di una lunga e piacevole passeggiata che ci ha condotto dal ponte sotto il quale convergono le acque del Crati e del Busento, lungo il centro storico di Cosenza vecchia, fino all’alto dei ruderi ventosi del Castello normanno svevo che domina la città e la vallata.
La storia che racconti è un modo per riappropriarti della tua identità trentina. Quali legami hai mantenuto con quei luoghi? Cosa ti ha spinto a scriverne? Sì, è così. Il legame, anche se saltuario, con il Trentino mantiene vivo l’affetto verso mio padre, i miei zii, i miei nonni. Sono cresciuto sotto la presenza ingombrante di mia nonna Erminia, una vera matriarca che disponeva di figli e nipoti in modo autoritario. Bisogna capirla, però. Non è stato per nulla facile guidare una famiglia trentina «sperduta» in mezzo a una terra di cui si diceva tanto male. Soprattutto gli anni della guerra sono stati terribili, il salario di cantoniere ANAS del nonno, quando arrivava, non bastava e quando il cibo scarseggiava ci si doveva arrangiare: Erminia con le iniezioni medicali e Luigi al forno del paese: lui era un vero mulo da lavoro. Sono cresciuto consapevole della stima dei compaesani verso mio nonno e mio padre: l’etica del lavoro e l’altruismo davanti a tutto. Da questo punto di vista sono orgoglioso della mia famiglia paterna. E per estensione – sperando di non sbagliare – di tutti i trentini. E trentino lo sono geneticamente per l’amore che porto verso le montagne, così come sono calabrese per lo stesso motivo.
Nel romanzo fai anche i conti con la tua calabresità: hai voluto indicare in modo chiaro che la storia si svolge in un luogo reale come Grimaldi, il tuo paese d’origine. Rispondere in breve a questa domanda è estremamente complicato. Innanzitutto devo dire subito che devo moltissimo a mia madre Teresa, grimaldese purosangue. Se sono quel che sono lo devo ovviamente anche a lei. Sposò mio padre giovanissima nel momento in cui tutta la sua famiglia (tre sorelle, padre e madre) partiva per il Canada. Praticamente con pochissimi parenti si è dovuta arrangiare, dovendo subire le ingerenze di una suocera come mia nonna. Per semplificare potrei utilizzare la metafora del cibo: se da una parta mangiavo canederli, polenta e strudel, dall’altro crescevo a vrocculi, sazizze e pasta al sugo. Però non vorrei essere frainteso: amo moltissimo la mia regione, ma sono anche a volte disperato per i comportamenti incivili di tanti calabresi. Se nei miei vari scritti, sembro parlarne male è per troppo amore. La Calabria è una terra bellissima, circondata da ottocento chilometri di coste, ma di fatto poco marina. Solo a inizio ‘900 i calabresi hanno cominciato a ridiscendere verso le coste, da dove si erano allontanati per i saccheggi della pirateria islamica. La mia è una terra rigogliosa, verdissima al suo interno, con catene montuose straordinarie: la Costiera, il Pollino, la Sila, le Serre, l’Aspromonte. E poi, paesi e cittadine indimenticabili. Purtroppo l’altra faccia della medaglia è quello della malavita organizzata, della mala-politica e dell’incuria del paesaggio. Sono, tuttavia, fiducioso. Vedo un cambiamento di mentalità che, anno dopo anno, porterà i frutti sperati. Grimaldi, in questo contesto, doveva – e lo sottolineo – mantenere il suo nome nel romanzo: non solo perché ci sono nato, ma anche perché le vicende che narro sono ispirate, pur travisate, a fatti reali, e, cosa più importante, perché Grimaldi assurge a simbolo di ogni paese della Calabria che ha vissuto il periodo fascista in modo pressoché univoco: violenza, conformismo e sopraffazione.
Puoi definirlo un «romanzo storico»? E in che misura la Storia prende il sopravvento sull’invenzione? Quali sono stati, se ci sono, i tuoi modelli narrativi? Modelli narrativi? Non saprei indicarne qualcuno in specifico. Ho letto nel corso dei miei anni tantissimo e senza preclusioni di luoghi e tempi, dalla letteratura mainstream, classici e moderni, a quella di genere, fantascienza, gialli e horror, fino al fumetto. «Ester e il sovversivo» è un bildungsroman, un romanzo di formazione, se lo vedo dalla parte di Ludovico: un uomo alla ricerca di se stesso dopo la morte della moglie. Travolto dal dolore coglie l’opportunità che il destino gli riserva per capire chi è veramente al confronto con una realtà che mai si sarebbe sognato di conoscere. Se lo si considera dalla parte di Ester è, invece, una delicata storia d’amore che apre l’anima al mondo ad una ragazza già ben strutturata, che ha sofferto tantissimo sia per le morti familiari che per le maldicenze. La grande Storia forse a volte prende il sopravvento, ma è un rischio che ho voluto affrontare perché senza di essa non sarebbero stati possibili i personaggi della vicenda. Il fascismo con la sua violenza, la sua retorica e i suoi compromessi ha forgiato per anni, purtroppo, milioni di italiani, che a un certo punto hanno dovuto scegliere. Ludovico ed Ester lo hanno fatto e hanno scelto bene.
I protagonisti del tuo romanzo si muovono immersi in un clima di arretratezza culturale e violenza politica che può riferirsi anche ai giorni nostri? No, non direi. I tempi sono completamenti mutati. L’analfabetismo di un tempo è stato sconfitto, anche se tra le due regioni c’erano notevoli differenze sulla diffusione della scolarità, ben più forte in Trentino per ragioni legate alle riforme asburgiche. La Calabria del tempo era dominata da un notabilato di stampo tardo-liberale che aveva sotto il fascismo ancora ampio potere sui braccianti immersi nella piaga dell’ignoranza. Tuttavia esistevano ampie fasce di popolazione giovanile che grazie alle riforme scolastiche fasciste stavano acculturandosi, aprendosi paradossalmente a tempi migliori. Oggi non siamo immuni dalla violenza politica o meno. La democrazia va curata per non inseguire facili ricette risolutive dei problemi. Il potere agisce oggi in modo molto più sottile, a volte subdolo, fa leva su un altro tipo di ignoranza (quella provocata da social e internet) per promuovere politiche autoritarie e antidemocratiche. In altre aree del mondo, invece, è ben più esplicito l’uso della violenza da parte di chi governa. In ogni caso si vedono in giro troppi autocrati, anche in Europa. E neanche l’Italia ne è immune.
Quanto si rispecchia il protagonista del romanzo nell’autore? Ludovico è chiaramente un alter ego rovesciato, un uomo che giungendo in Calabria fa i conti con la propria terra, ripercorrendone la storia tormentata che la conduce dall’Impero asburgico al fascismo. Quanti italiani sanno che i trentini morirono a migliaia nella prima guerra mondiale combattendo per Francesco Giuseppe? Quanti conoscono le vicende delle migliaia di trentini deportati sia da italiani che austriaci, che sospettavano entrambi della loro «italianità»? Altro che il mito di Cesare Battisti… Comunque, alla fine Ludovico apprezza la terra del suo confino non solo per amore di Ester ma anche per la generosità dei suoi abitanti. Insomma, l’amore tra i due è anche simbolo di un legame tra terre agli antipodi, che avevano, però, la caratteristica di essere entrambe poverissime.
Cosa è mutato nella Calabria e nell’Italia di oggi? Possono esserci confronti? Non posso negare che il romanzo nasca anche da un’esigenza civile. Il mio intento iniziale era quello di raccontare vicende altrimenti perdute e appassionare i lettori alla Storia della propria Patria, quasi sempre sconosciuta o travisata. Ecco così delinearsi intorno ai protagonisti un quadro storico di un periodo particolare della Calabria, del Trentino e dell’intera Italia. Ovvio che venga spontaneo operare dei confronti. Lascio al lettore scoprire affinità e analogie. Ed eventuali messaggi.
E poi c’è l’amore… raccontato per sottrazione. La differenza di età non ostacola Ludovico ed Ester che imparano a conoscersi, rispettarsi e stimarsi nei lunghi mesi d’inverno ’38-‘39 mentre la violenza cresce attorno a loro. Solo poco a poco si individua in loro un desiderio di amore che infine sboccia sottraendoli al dolore in cui vivevano immersi, un amore che abbraccia anche il ricordo dei loro cari.
Arriviamo in cima. Dalle rovine del castello normanno svevo il paesaggio è grandioso. Sulla sommità del colle Pancrazio dove resistono le sue mura arriva solo il brusio sfocato della città. E’ qui che facciamo a Pierluigi Pedretti l’ultima ma più essenziale domanda: chi è Ester?
Ester è la sovrapposizione di molte figure femminili incontrate nella vita: reali e immaginarie. E immaginate quasi sempre attraverso la letteratura e la storia. È, comunque, l’eterno femminino visto da un maschio. Ester, in particolare, nasce da alcune suggestioni ispirate dalla storia del mio paese di origine. La più importante riguarda il fatto che a Grimaldi – come in decine di altri paesi calabresi – per secoli è esistita una judeca con intere famiglie ebraiche che l’hanno popolata. Dal XVI secolo gli ebrei meridionali furono costretti alla conversione forzata. Alcuni lo fecero – i conversi – altri lasciarono per sempre i loro luoghi natii, altri si convertirono per finta – i marrani – praticando di nascosto i loro culti. Ester è discendente di famiglie marrane. A Grimaldi l’eco di costoro è sopravvissuto fino alla metà del ‘900. Ecco: Ester è figlia di questa grande storia.