Poesia. L’universo in piazza: “Sciott” di Gabriella Grasso

Poesia. L’universo in piazza: “Sciott” di Gabriella Grasso

Spazio compiuto ed imperfetto, percorso di «inganno» e affatturazione ma anche luogo tetragono e cardine del mondo, «Sciott» – così come titola l’ultima plaquette della siciliana Gabriella Grasso – è la piazza del paese, astorica e concretissima ad un tempo, labirintico specchio del mondo e della vita. Uno spazio che, grazie ad un dettato poetico che vi si inoltra a spirale, sembra pure evocare nel suo abbraccio di pietra e nella sua etimologia soprattutto – palude, litorale, fango – anche regioni ultramondane e sinistre, tra Stige e Acheronte.

Il libro diventa allora mappa trasversale non solo di Linguaglossa, il paese dell’autrice, alle pendici dell’Etna, ma di ogni paese: modello universale di sofferenza e di gioia, di speranze e di desiderio. In «Sciott» insomma respira una piccola spoon river mediterranea, tra luoghi – la merceria, la fontana, il forno, la casa del cappio, l’orto – e soprattutto tra le persone, non vuote tipizzazioni ma individui concretissimi e singolari: Maurì – «cavaliere/ con la bici e i capelli per elmo» – gli innamorati – «intreccio di sagome e rami/ in un serto lunare» – la prostituta, gli amici, il dottore, gli sposi, la rissa leggera dei bambini – e, insieme a loro, pure chi, con gli occhi chiusi, un Omero al femminile, torna epicamente a osservare da lì: proprio lei, Gabriella Grasso poeta, «quasi ombra/ tra ombre», chiamata «a comporre/ una trama di luce/ interrotta.» In questo spazio prodigioso – sorta di Castello d’Atlante alle pendici del vulcano – cuore di musica e di pena, si intrecciano e vivono storie ed eventi comuni e irripetibili ad un tempo, poiché «Sciott» è sì piazza per spiccare il volo – non certo a caso uno dei lessemi che si ripete con maggiore frequenza è «ali» – ma anche fardello, spazio da cui è arduo tentare la fuga se non per esserne, di nuovo, irresistibilmente attratti. Ma «Sciott» è anche scenario di proteste al femminile, di individui in lotta contro il destino, come «Il venditore di tappeti», l’extracomunitario che vuole «ritornare/ a incurvare la schiena verso la Pietra sacra/ occhio d’angelo, altare di sabbia/ e svuotare il calzare/ lasciare quel sasso/ nella polvere dura/ di una strada che somiglia alla vostra.» Lungo una trama testuale densa di assonanze e di rime interne, tutto l’andamento della plaquette ricorda, quasi in un continuum, ora il cuntu, ora la fiaba, ora il canto epico, col valore aggiunto di alcune scelte capaci di armonizzare tanto le citazioni colte (il «Vago giardino di Villanella bellissima» di Iacinta Veneziana, poetessa del XVII secolo è un cameo straordinario), quanto il delicato Commiato di stampo gozzaniano, le inflessioni dialettali e le espressioni mutuate da altre lingue. Infine, a tenere insieme ogni cosa, radice e madre, c’è a muntagna, l’Etna, idda: il vulcano femmina, che «liberava in conati di parto perenne/ il segreto violato/ lo rendeva alla terra provata/ lo affidava alla pagina dura/ di una cripta di lava» e ce lo restituisce in forma di poesia.

Gabriella Grasso, «SCIOTT», puntoacapo Editrice, 2024, Pasturana (Al), euro 12,00

Loading