DIONISIACA, al Teatro Sangiorgi di Catania

Catania è stata, in questi giorni, protagonista di un importante evento culturale, sul piano musicale: il debutto, in prima assoluta, della Cantata scenica Dionisiaca, composta, su libretto di Paolo Cipolla, dai Maestri Giovanni Ferrauto e Antonio D’Antò.

​Il concerto, presentato il 22 marzo al Teatro Sangiorgi, in collaborazione con il Teatro Massimo Bellini e l’Università di Catania,  nell’ambito del Festival di musica contemporanea “Intersezioni 2025″, ha offerto al pubblico un’esperienza musicale intensa, unica e coinvolgente.

La serata si è aperta con l’esecuzione de “La sagra della primavera” di Igor Stravinsky, nella versione per due pianoforti e percussioni, interpretata magistralmente dai pianisti Mario Spinnicchia e Francesco Zappalà -in scena per tutta la manifestazione- insieme alla formazione Percussio Mundi. La loro performance ha catturato l’essenza primitiva e ritualistica dell’opera, trasportando gli spettatori nelle atmosfere della Russia pagana.​

Nella seconda parte è stata eseguita l’opera, interpretata dalla Camerata Polifonica Siciliana e dal basso Daniele Bartolini, che nasce con l’intenzione di costruire un viaggio musicale attraverso il mito di Dioniso e il suo legame con la Sicilia, esplorando l’incontro tra la mitologia greca e quella siciliana autoctona.

Abbiamo chiesto agli autori quale fosse la genesi che ha portato all’ispirazione di una composizione di tale ampio respiro. Il Maestro Ferrauto ha raccontato che la sua ricerca è nata dalla volontà di riscoprire una serie di miti siciliani, a partire dalla loro tradizione più arcaica, risalendo alle forme già presenti sull’Isola ancora prima della Colonizzazione greca. Questa personale attenzione si è poi incontrata con la sapiente narrazione di Paolo Cipolla (Professore Associato di Lingua e letteratura Greca all’università di Catania), che ha poeticamente articolato un racconto che parla di Kore, di Afrodite, di Dioniso e dei luoghi del mito, il Simeto, l’Etna, la grande Piana, in un intreccio di antichissime e nuove voci.

Il Maestro D’Antò si è dichiarato onorato della richiesta di collaborazione a un così alto progetto e, anche per lui, è nata, così, la curiosità di riabbracciare il mito in terra di Sicilia.

Ha elaborato la sua  composizione  suddividendola in due parti: Templum e Afrodite e ha riprodotto in musica il momento dell’erezione del tempio dedicato alla dea dell’amore e della bellezza,  realizzando una polifonia specularmente simile alla solennità di un luogo sacro e alla forza istintiva della divinità femminile che significa gioia, fertilità, vita che si riproduce.“Come Afrodite nasce dalla schiuma del mare, secondo il mito, così il canto si fa suono partendo da un sussurro di fonemi greci per diventare melodia” (note del compositore).

Come nella tragedia greca, interviene il coro con un inno all’amore, “ Chi mai  amò ami ancora”, che è un monito universale che usa il linguaggio della musica per farsi ancora più potente.  Alla leggera dissolvenza del coro risponde la voce del pastore (il basso Daniele Bartolini) che invoca Amarillide e volge la polifonia in elegia.

Il Maestro Ferrauto ha spiegato che, musicalmente, la sua ispirazione deriva direttamente dalla struttura dei Carmina burana, ai quali ha innestato la suggestione legata alle processioni in onore di Dioniso, dove due gruppi di oranti, uomini e donne si recano al sacrario di Demetra e qui cantano una lode a Kore e alla rinascita della natura sulle sponde del Simeto; Kore e Dioniso, il titolo delle sue composizioni.

I due musicisti hanno diretto le loro rispettive partiture, valorizzando, così,  le sfumature dell’opera, che  crea un ponte solidissimo tra tradizione e innovazione musicale, un ponte che si serve della melodia e della polifonia, dell’armonia del coro (molto intense le voci della Camerata polifonica siciliana), della lirica (nel canto del pastore), della dodecafonia, quando con la dissonanza  i suoni creano una sensazione sgradevole al nostro orecchio, una tensione che cresce man mano che si aggiungono suoi a suoni. Alla fine, dopo un climax totale di strumenti, percussioni e voci, l’impatto è quello della totale ebrezza. Come in un baccanale, come in una Dionisiaca.

Grande l’appaluso del pubblico presente, atto di condivisione e partecipazione liberatoria e totalizzante.

 

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