ADRIANA LECOUVREUR, al Teatro Massimo Bellini di Catania

Maurizio, Conte di Sassonia Marco Berti, Angelo Villari
La principessa di Bouillon Anastasia Boldyreva, Sofya Petrovic
Adriana Lecouvreur della Comédie Rebeka Lokar, Alessandra Di Giorgio
Michonnet Devid Cecconi, Italo Proferisce
Principe di Bouillon Gianfranco Montresor
L’abate di Chazeuil Blagoj Nacoski
QuinaultAngelo Nardinocchi
Poisson Marco Puggioni
Dangeville Tonia Langella
Jouvenot Elena Borin

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Massimo Bellini

Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestro del coro Luigi Petrozziello

Regia Paolo Gavazzeni Piero Maranghi

Scene Leila Maria Fteita
Costumi Nicoletta Ceccolini
Coreografia Giusi Vittorino

 

Una raffinata ed elegante edizione dell’opera più conosciuta di Francesco Cilea in queste sere al teatro Massimi Bellini di Catania, dal 25 marzo al 2 aprile.

 

Il musicista calabrese si era innamorato della musica di Bellini, ascoltata in una esibizione della banda di paese e da questo innamoramento aveva deciso di studiare musica per poi approdare alla composizione. I registi, Paolo Gavazzeni e Piero Maranghi, hanno trovato spunto da questo legame con Bellini per preparare un allestimento ispirato alla Sicilia, che sottolineasse il loro rapporto col Teatro catanese (dopo l’omaggio alla città  già fatto nella regia della Cenerentola di Rossini,  del 2019), e un tributo all’epoca più florida della recente storia catanese, il Liberty siciliano nell’età dei Florio, la grande dinastia di imprenditori, non a caso originari della Calabria.

La vicenda prende spunto dal dramma scritto dagli autori francesi Eugene Scribe e Ernest Legouvé dal quale il librettista Arturo Colautti  ricavò il testo poi musicato da Francesco Cilea e che debuttò nel 1902.

Adriana Lecouvreur è il dramma decisamente decadente,  che rappresenta il teatro nel teatro, dove la protagonista è una grande attrice, davvero esistita, prima donna della Comédie francaise, che recitò al cospetto di Re Luigi XV, grande amica di Voltaire; una donna che dalle umili origini è riuscita a compiere un’ascesa sociale e di prestigio ma non ha mai acquisito  la  superbia del suo ruolo. Donna innamorata e sincera, capace di slanci generosi e nobili, circondata da rivali nella vita professionale e nella vita privata, cui il destino affida una fine crudele e ingiusta dopo dolori fatti di disillusioni, attese tormentate e bugie.

La sua attrazione fatale è per il Conte di Sassonia, personaggio avido di potere e meschino, capace di intessere relazioni solo per interesse personale e mire politiche.

Accanto a lei uno dei personaggi più autentici di tutto il melodramma, il direttore di scena  Michonnet che la ama da sempre ma non riesce a dichiararle il suo sentimento; accanto a lei dall’inizio alla fine della tragica vicenda, fedele e complice verso quella che lui chiama “fanciulla” e protegge discretamente, affianca e sostiene.

L’elemento del meta-teatro è il perno di questa regia garbata e attenta, originale e pertinente, che ha costruito due piani paralleli, anche dal punto di vista cronologico: su una pedana-palcoscenico si articola il mondo del teatro -Adriana che prova e poi recita, la compagnia degli attori- in costume d’epoca settecentesca (secondo l’ambientazione voluta dal testo e dal libretto); fuori da questa pedana, la vita vera di donne e uomini  contemporanei allo stesso Cilea.

Due universi che si incontrano attraverso quel meccanismo magico che è la recitazione, l’interpretazione di ruoli come gioco di travestimenti.

I costumi, eleganti e curatissimi, opera di Nicoletta Ceccolini, ricostruiscono i due ambienti con un Settecento fatto di crinoline, merletti, tondi e parrucche, nella scena iniziale, e  tutta la ricercatezza di quel mondo della Belle Epoque palermitana con abiti lunghi e grandi cappelli, per la Principessa di  Bouillon, il coro e la stessa Adriana  fuori da suo ruolo di attrice.

Anche la scenografia, essenziale ma evocativa (di Leila Fteita) si presta a questo  gioco di scambi riproducendo i salotti interni dei villini liberty di Palermo e Catania ma anche con rimandi simbolici al teatro luogo della finzione e della rappresentazione. Cornici piene e vuote, specchi e cascate di vegetazione creano un’ambientazione favolistica e raffinata

Dal punto di vista musicale, l’opera di Cilea ci dà prova della perizia di un grande armonizzatore che tratta la musica con movimenti armonici strutturali complessi ma, nello stesso tempo, dal lirismo intimo e contenuto. Da un lato si avvicina alla sua prima matrice con uma melodia in parte belliniana; dall’altro si percepisce nella partitura l’eco delle grandi novità del Novecento, con momenti di maggior ritmo, o passi che sembrano commentare l’azione, o, ancora, i lunghi momenti di recitazione o il climax degli ottoni del quarto atto quando si sta arrivando alla tragedia finale. Si sente qualcosa di Ravel, qualcosa di Puccini, qualcosa di Massenet; soprattutto si sente Cilea, un musicista di gran pregio, di personalità autentica e che, sicuramente, meriterebbe più attenzione.
Per questo siamo grati alla scelta del Teatro Massimo Bellini che ha regalato, dopo quasi cinquant’anni dall’ultima volta, questa riproposizione di Adriana Lecouvreur. Per uno starno, davvero strano, caso del destino proprio pochi giorni prima del debutto è venuta a mancare il soprano che in quel lontano 1974 aveva interpretato Adriana: Virginia Zeani che è stata ricordata nella sera della prima rappresentazione.

La bella e originale partitura musicale è stata qui magistralmente diretta dal Maestro Fabrizio Maria Carminati che ha un legame speciale con la città di Catania, il Teatro Massimo e la sua orchestra. Sotto la sua bacchetta i musicisti catanesi hanno ritrovato l’intesa, l’affiatamento di altre rappresentazioni e hanno esaltato le note di un’opera davvero bella. L’aria iniziale di Adriana, “Io son l’umile ancella”, l’inciso    strumentale del secondo atto con le arpe e i violini protagonisti, la danza del terzo atto, col balletto di Paride, il preludio (magnifico) del quarto atto, il finale straziante sull’arpa che accompagna l’agonia della protagonista e, nell’insieme, tutta l’orchestrazione sono state eseguite non con semplice maestria e perizia, già ampiamente riconosciuta, ma con autentica passione e partecipazione. Del resto, il Maestro Carminati ha dichiarato il suo forte legame con quest’opera che da giovane ha studiato con il grande Direttore Gianandrea Gavazzeni, nonno di uno dei registi.

Anche la coreografia, di  Giusy Vittorino, riflette della stessa essenzialità ed eleganza; lievi i movimenti delle ballerine e dei ballerini, non molto dinamica nel complesso, ma coerente con tutta la messa in scena.

Le voci del cast manifestamente all’altezza dei ruoli e delle aspettative: Adriana è un’imponente Rebeka Lokar dalla voce limpida ma anche profonda nel timbro nei momenti del dramma e della gelosia; Marco Berti è Maurizio, tenore la cui potenza sembra riscaldarsi man mano nel corso dell’opera per arrivare all’apice nel finale; vocalità intensa quella del mezzosoprano, Anastasia Boldyreva, la principessa di Bouillon, rivale e assassina di Adriana; frizzante vocalmente e nell’interpretazione Blagoj Nacoski, l’Abate.

Su tutti spicca per bravura e per intensità, del personaggio e della voce, il baritono Devid Cecconi, Michonnet, a nostro avviso il vero protagonista del dramma, il vero personaggio commutatore del messaggio legato all’amore, autentico, fedele. Cecconi commuove sinceramente con voce vibrante e avvolgente.

La “profumata morte” topos decadente, arriva su un finale dove a morire è la donna e l’attrice, sul suo canapè bianco, al centro della pedana, illuminata da un fascio di luce perlacea, circondata dai suoi due amori, Maurizio e Michonnet; il pubblico, superata l’emozione, è esploso in un applauso.

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