Tra simbolo e sogno: “Cavalleria rusticana” e “Pagliacci” al Bellini di Catania

Dal 3 al 12 del mese di marzo, al Bellini di Catania le rappresentazioni di un classico sempre molto amato dal pubblico: il dittico Cavalleria Rusticana e Pagliacci, con la regia, coreografia e scenografia di Lino Privitera, orchestra e coro del Teatro Massimo Bellini, diretti da Antonio Pirolli e Luigi Petrozziello. Due atti unici, rappresentati quasi sempre contestualmente da quando «Cavalleria rusticana» venne messa in scena per la prima volta al Teatro Costanzi di Roma nel 1889 e «Pagliacci» al Teatro dal Verme di Milano nel 1892. Sulla fine dell’Ottocento, dopo la letteratura, anche nella musica ci si avvicina molto alla tendenza “verista” e si assiste al passaggio dall’ Impressionismo al Simbolismo. In Francia il Realismo si era affermato con la Carmen di Bizet (1874), opera che con immediatezza drammatica e con spregiudicatezza aveva sconvolto il vecchio formulario del teatro francese. In Italia questa tendenza viene espressa con un certo ritardo rispetto alla Francia, dalla cosiddetta Giovane Scuola, rappresentata da Pietro Mascagni che nel 1890 mette in musica Cavalleria rusticana di Verga, da Giacomo Puccini, Ruggero Leoncavallo e Umberto Giordano. Si tratta di due storie diverse ma molto simili per il tema trattato, uno dei più classici della storia della letteratura: amore e morte, gelosia e passione, in contesti non più aristocratici o epici, come nel Melodramma di primo Ottocento, ma popolari, come il Verismo aveva insegnato. Quello che abbiamo visto sul palco del Bellini è un allestimento assolutamente originale e dai forti riferimenti simbolici, quasi «concettuali» (così il regista ha spiegato alcune scelte della sua messa in scena).

In “Cavalleria Rusticana” ci troviamo di fronte a una grandiosa scenografia che ci porta in uno dei luoghi più belli di Sicilia: la Scala dei Turchi. Con buona pace di Verga e della sua Vizzini, Lino Privitera ha deciso di portare la vicenda in una terra non più oleografica, ma dove alcuni elementi del paesaggio forniscono forza maggiore agli eventi tragici della nota novella verghiana. Così pure i numerosi riferimenti religiosi presenti nel dramma, la chiesa del paese, i riti della Settimana santa, la processione, diventano qui decontestualizzati e quindi ancora di più evocativi. La scogliera bianca che si getta letteralmente nel Mediterraneo, diventa facciata e abside, altare e navata, in primo piano un grande crocifisso con un Cristo in carne e ossa che verrà deposto in una plastica “pietà” e una Mamma Lucia che incarna il dolore di tante, troppe madri. E poi, voce “fuori campo”, l’aria introduttiva di Turiddu O Lola, c’hai di latti la cammisa, detta anche Siciliana, brano in dialetto, che è una delle più belle dichiarazioni d’amore dell’intero repertorio melodrammatico con quella iperbolica dichiarazione: «E se iu moru e vadu in Paradisu, si non ci trovu a tia mancu ci trasu». La scena è continuamente movimentata da intarsi di danza (ricordiamo che Lino Privitera è ballerino e coreografo di formazione) anch’essi carichi di valori simbolici. Una su tutte, i due ballerini che accompagnano il canto allegro di Compare Alfio Il cavallo scalpita, sono bardati come i carretti siciliani con le nappine colorate e gli specchietti e si muovono imitando la gestualità del cavallo sotto il giogo del carrettiere. Una trovata davvero sorprendente. Su tutto questo proiezioni e luci molto leggibili (a cura di Benedetto Coco, Florian Ganga, Andrea Iozzia) accompagnano la vicenda con colorazioni tenui, rosate durante l’alba della mattina di Pasqua -con l’intermezzo sinfonico dell’opera collocato tra la ottava e la nona scena, uno dei pezzi più popolari che, grazie al suo carattere orchestrale, interamente basato sull’uso degli archi, ha avuto molta fortuna anche al di fuori del repertorio operistico – e poi si tingono di nero nel momento della tragedia finale. Un volo di gabbiani quasi a guardare dall’alto gli eventi. Unica nota stonata, Turiddu entra in scena con una bicicletta anni Trenta (evocazione delle immagini del film Malena di Tornatore?). Si alterneranno nei ruoli i soprani Alessandra Di Giorgio, Erika Beretti, Marianna Cappellani (Santuzza), i tenori Angelo Villari, Piero Giuliacci, Carlo Ventre, Zi-Zhao Guo (Turiddu), i baritoni Lucian Petrean, Luca Grassi, Solen Alla (Alfio), il soprano Sabrina Messina (Lola), il mezzosoprano Sonia Fortunato (Mamma Lucia). E ancora Salvina Rapisarda (una popolana). Noi abbiamo avuto la fortuna di ascoltare la bellissima voce giovane di Alessandra Di Giorgio che ha saputo rendere onore alla musica di Mascagni ricca di acuti e di declamati. Ruggero Leoncavallo, autore anche del libretto dei due atti di Pagliacci, s’ispirò ad una tragica pagina di cronaca, un duplice omicidio avvenuto in un paesino della Calabria, che egli stesso ridipinse in musica e versi nel segno del “vero”, come recita il celeberrimo “Prologo”. Anche qui la regia di Privitera ha inventato delle soluzioni sceniche formidabili, squisitamente poetiche.

Tutti gli eventi si svolgono in una dimensione di sogno; un sogno colorato e fantastico che porta con sé un’eco di riferimenti felliniani ma anche, più genericamente, favolistici, come nel mondo di Pinocchio. Bambole giganti, giocattoli, orsacchiotti, giostre, dolci e caramelle, pupazzi (come i fantocci di Pirandello), velano di una cipria onirica i rapporti complicati fra i protagonisti che vivono nel mondo del teatro, quindi della finzione, della maschera che si sostituisce al volto, che nega la realtà. Un elemento scenografico prevale su tutti: una valigia gigante che sarà il palco della piccola compagnia girovaga di attori che porta a un pubblico popolare una commedia “dell’arte”. La valigia è il contenitore ideale dei giochi dei bambini, è il compagno inseparabile degli attori nomadi, è lo scrigno che custodisce i costumi e le maschere di quel magico, ingannevole mondo del teatro. Anche qui la danza arricchisce tutti i passaggi scenici: una folla di personaggi colorati, pagliacci, popolani e bambini brulicano leggiadramente e articolano momenti allegri e spumeggianti in antitesi con quanto di drammatico si prepara per i protagonisti. Il dolore dell’uomo innamorato e tradito, della coppia degli infedeli, del pretendente difforme e infame, si nasconde dietro l’inganno della maschera per esplodere poi nella scena finale. Nel cast etneo i soprani Daniela Schillaci e Maria Tomassi (Nedda), i tenori Piero Giuliacci e Rubens Pelizzari (Canio), i baritoni Lucian Petrean, Luca Grassi, Solen Alla (Tonio), i tenori Marco Puggioni e Enrico Zara (Beppe), i baritoni Francesco Verna ed Enrico Marrucci (Silvio). Nelle parti di fianco Massimiliano Bruno e Alessandro Vargetto (primo contadino); Giovanni Monti e Marcello Pace (secondo contadino).Perfetta la musicalità della voce di Daniela Schillaci e anche la sua personale interpretazione del personaggio di Nedda; timbro profondo e drammaticità di interpretazione del tenore Pietro Giuliacci e del baritono Francesco Verna nel ruolo di Silvio (fortissima emozione nel duetto con Nedda). Orchestra del Teatro Massimo, come sempre ormai da anni, perfettamente all’altezza, diretta con sapienza dal maestro Antonio Pirolli che offre al pubblico tutte le molteplici sfumature di due opere che i musicisti hanno arricchito di modernità e tradizione, sperimentalismo e melodia, potenza e leggiadria.

 

 

 

 

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