Il filo di mezzogiorno

di Goliarda Sapienza, adattamento Ippolita di Majo, regia Mario Martone
con Donatella FinocchiaroRoberto De Francesco
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Catania, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale

Sono morta perché ho vissuto

E’ arrivato finalmente a Catania, dopo una lunga tournee, uno spettacolo tanto atteso per diverse ragioni: l’autrice del testo che è una catanese di quelle che ti fa sentire orgogliosa di esserlo, e un’attrice fra le più brave del panorama teatrale e cinematografico italiano, anch’essa catanese.

Lo spettacolo è Il filo di mezzogiorno, l’autrice è Goliarda Sapienza, l’attrice è Donatella Finocchiaro.

Un testo scritto dalla Sapienza nel 1969, quando lei non aveva ancora assolutamente la fama raggiunta postuma, dopo la pubblicazione del suo capolavoro L’arte della gioia, romanzo grandioso, epico, poetico, rivoluzionario che deve il suo successo alla critica francese perché in Italia era stato rifiutato dai principali editori.

Il romanzo autobiografico è una confessione psicanalitica che corre sul filo di memorie scomposte, giustapposte per analogia, così come accade proprio con le tecniche della terapia.

Goliarda non racconta, non c’è narrazione logica, ma rammenta frammenti di vissuto, rievoca, proietta nella sua mente e davanti agli occhi del lettore (qui spettatore), che spesso diventa il suo interlocutore diretto –quando l’attrice scende dal palco e si avvicina alla platea, l’occhio di bue su di lei, la voce spezzata dall’emozione- flash di una vita dura, sofferta. Nata a Catania da famiglia siciliana socialista rivoluzionaria, studia a Roma all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e diventa attrice affermata (nel cinema con Luchino Visconti, Alessandro Blasetti e Citto Maselli, che poi diventerà il suo compagno), partigiana, intellettuale di sinistra, femminista, anticonformista, attivista, conosce il carcere e la depressione che la porterà a tentare per due volte il suicidio. Per questo fu ricoverata in una clinica specializzata, per questo fu sottoposta più volte all’elettroshock, per questo fu portata via da lì, proprio da Citto Maselli, e fatta seguire da uno psicanalista personale, il dottor Ignazio Majore, che la prende in cura, e la spinge a recuperare la memoria che l’ha portata a quel gesto estremo e liberarla da tutto quel dolore, con lunghe sedute che si svolgono a casa sua ogni giorno a mezzogiorno. Il romanzo scritto dalla stessa Goliarda infatti si intitola Il filo di mezzogiorno.

Un filo che non si dipana totalmente ma sembra quasi avvolgersi in nuove trame e nuove matasse e finirà per legare anche lo specialista, il dottore che in realtà è più fragile e turbato della sua paziente.

Questo filo è arrivato fino al regista Mario Martone che è rimasto affascinato dall’adattamento di Ippolita di Majo –anch’essa colpita dalla lettura del romanzo psicanalitico- e, grazie alla produzione del teatro di Napoli, del Teatro Nazionale e dello stesso Teatro Stabile, ha portato sulle scene questa pièce in cui la storia rappresentata non verte solo attorno alle vicende della protagonista ma, fondamentalmente, mette in scena il percorso psicanalitico durato quattro anni (20 scene nello spettacolo), i meccanismi della terapia, la sua forza, le sue debolezze, i suoi rischi.

Mai come in questo caso, a teatro, la regia si fa linguaggio che si aggiunge al testo. Le soluzioni scenografiche acquistano un profondo valore simbolico. La scena (curata da Carmine Guarino) rappresenta la stanza del salotto della casa romana di Goliarda che si sdoppia, diventa speculare riproducendo esattamente la bipolarità del cervello umano, la bipolarità della patologia che porta la mente a sdoppiarsi, a disconoscere la memoria, a separare la parte emotiva dalla parte razionale. Così alcuni dialoghi si svolgono sul lato destro, altri sul lato sinistro mentre, a volte, i due personaggi non si guardano negli occhi, ma guardano dall’altra parte, nell’altra metà della stanza, identica, con lo stesso divano, la stessa libreria, le stesse tende alla finestra. In più questa scene si muovono, avanzano o si sollevano, indietreggiano o si abbassano a seconda del racconto, come si alternano i livelli della coscienza, si muovono sul filo scomposto della memoria.

Goliarda era Catanese (tutta la sua sicilianità si ritrova nel capolavoro, L’arte della gioia), questo testo poteva essere recitato soltanto da una catanese, oggi la più brava: Donatella Finocchiaro.

Questa siciliana fuori dai cliché, malgrado la sua formosità, la sua chioma scura, i suoi occhi grandi e brillanti, incarna un ruolo davvero difficile, a metà tra la lucidità estrema, la memoria perturbante, le reazioni di paura e di sorpresa, la dolcezza dei sentimenti. Nella prima scena il flash dell’esame all’Accademia, la sua dizione terribile, lo sforzo per correggerla; poi, il rapporto con la madre, la fame… via via il personaggio cresce, e cresce il dolore, e cresce la straordinaria bravura della Finocchiaro che non carica mai, emoziona, intenerisce e stimola la solidarietà.

Al suo fianco Roberto De Francesco molto credibile nei panni del medico freudiano convinto di voler/dover aiutare Goliarda e che ha fiducia nella sua scienza, finché questa fiducia si indebolisce, e lui diventa incerto, insicuro, perdente.

L’ultimo messaggio che Goliarda ci lascia (in scena con un vestitino dalle tinte pastello, aderente ma innocente- costumi di Ortensia De Francesco-) è un saluto che dovremmo saper cogliere: “…non lo dite forte ma pensate dentro di voi: è morta perché ha vissuto”.

 

LOREDANA PITINO

 

 

 

 

 

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