LA VITA SESSUALE DI GUGLIELMO SPUTACCHIERA, al Teatro del Canovaccio di Catania.
Per la rassegna ATTRAVERSO, è in scena al Teatro del Canovaccio (in replica il 4,5, e 6 di aprile) la pièce La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera, tratta dall’omonimo romanzo di Alberto Ravasio, pubblicato nel 2022 da Quodlibet, con la regia di Nicola Alberto Orofino e l’assistenza di Gabriella Caltabiano; in scena Roberta Amato, Daniele Bruno, Loriana Rosto, produzione Teras Teatro.
Un racconto apotropaico in quattordici capitoli
“Un mattino d’agosto Guglielmo Sputacchiera si svegliò col muso sprofondato in un bel paio di seni: i suoi. In otto ore di sonno s’era trasformato in donna, creatura a lui sconosciutissima, che in trent’anni di vita non era quasi mai riuscito ad avvicinare, non dico per le acrobazie pubiche, ma anche solo per le informazioni stradali”.
E’ una metamorfosi, quella che ci racconta Alberto Ravasio, una metamorfosi alla maniera di Kafka che ci raccontò di Gregor che una mattina, nella sua stanza di un appartamento borghese, si svegliò scarafaggio. Nel caso di Guglielmo Sputacchiera la trasformazione riguarda una mutazione da uomo a donna. Una transessualizzazione.
La storia di un uomo che, dopo essersi svegliato trasformato in donna, intraprende un viaggio di autoanalisi e scoperta personale; un trentenne “disoccupato sociale e sessuale, che viveva ancora, da sempre e per sempre, coi suoi.”
Il romanzo di Ravasio, che oltre a Kafka ricorda molto le situazioni intimistiche di Svevo, segue questa vicenda paradossale e grottesca, surreale e comica, con l’intento di mettere a fuoco non tanto e non soltanto un’indagine psicologica, come sembrerebbe anche troppo scontato, ma un’indagine sociale e politica. L’autore spiega questa scelta dichiarando la sua intenzione di riscattare la condizione di Sputacchiera nel suo essere allegoria della disarmante situazione di una generazione inesorabilmente condannata a uno status di precarietà, di forzata solitudine di perenne scontro generazionale. Guglielmo Sputacchiera non è un caso isolato per via dell’assurdità di ciò che gli accade; è, invece, un inetto totale, prima sociale e poi, anche sessuale, chiuso com’è dietro allo schermo del pc che lo fa entrare nel mondo “magico” del porno.
La vulva che lui tanto desidera si assolutizza a tal punto da sostituirsi, nel suo corpo, al pene. Come una sineddoche di un’esasperata ricerca di femminilità e accudimento femminile, per lui sempre mancata, insieme a temi come la digitalizzazione della vita, il rapporto con la generazione dei padri e la disperazione economica del nuovo proletariato colto.
Il rapporto conflittuale coi genitori, anche questo topos di tanta narrativa e letteratura psicanalitica, è la concretizzazione familiare del disagio di un’intera generazione disorientata e malinconica. E con una prospettiva sul futuro desertificata. Sputacchiera esprime il malfunzionamento dell’anima, ma non soltanto della sua anima.
Ravasio rivendica per la sua scrittura la definizione di romanzo del proprio presente ed è così, come una testimonianza sull’umanità che va letto questo testo, anche se non è questo che traspare da una immediata, lettura. Ciò che appare, in superficie, è una vicenda comica, surreale, scritta con un linguaggio crudo, dal ritmo veloce, dal lessico esplicito ma anche rinnovato di neologismi che creano un effetto comico, già dal nome “parlante” del protagonista. In realtà, lo scrittore sostiene che “più che la storia ciò che conta è la pagina, dove la ricerca di stile ha un’origine biologica”. Il vero valore di questo testo sta nel mescolare all’apparente irriverenza una stratificazione di prospettive di analisi che vanno dall’ironia all’elegia, dal tragico alla ricostruzione quasi neutra, quasi da cronaca, di un percorso, alla memoria.

A questo punto si innesta l’intervento di Orofino che ha deciso di mettere in scena il romanzo, operazione, già di per sé, sempre complessa. Il regista -amato e sempre apprezzato dal pubblico che conosce la sua particolare interpretazione di testi classici o della nuova drammaturgia- apre le sue note di regia con un appello che dimostra come ha inteso raccontare questa storia dal tratto metaforico: “Irriducibili Sputacchiere del mondo…” Siamo tutti chiamati dentro, siamo tutti reietti e reificati, ognuno a suo modo.
La sua messa in scena si distingue per aver mantenuto il linguaggio grottesco e neologistico, dissacratorio e scandaloso, ereditato dal romanzo originale, che enfatizza le contraddizioni e le sfide del protagonista (termini come “paese stercoso” e “pornogonia” sono esempi di questo stile distintivo), ma senza deformare il testo nella forma tipica del teatro, cioè con una rappresentazione della vicenda.

Orofino mantiene intatta la struttura del romanzo, trasformandola in un motore scenico letteralmente mosso da tre detonatori energetici sul palco che sono Roberta Amato, capace di passare dalla caratterizzazione estrema alla commozione più intima, Daniele Bruno, maschera duttile, dalle inflessioni delicate e dal dinamismo irrefrenabile, Loriana Rosto che amplifica e sostiene ogni passaggio della narrazione. Nessuno dei tre è protagonista, nessuno è personaggio. Insieme sono tre voci – a tratti anche declamatorie, come nei cori della tragedia greca- in cui si frammenta il romanzo, anzi quattro perchè c’è una voce fuori campo che (come non riconoscerla?) appartiene allo stesso regista. Con una tecnica mista, inserendo passaggi musicali che vanno dal valzer alla discomusic, Orofino ha vinto una nuova sfida amplificando un testo in cui la sonorità è essa stessa sostanza.