Teatri Riflessi 9 e le sue Visioni Contemporanee

Teatri Riflessi 9 e le sue Visioni Contemporanee

«Posso scegliere uno spazio vuoto qualsiasi e decidere che è un palcoscenico spoglio. Un uomo lo attraversa e un altro lo osserva: è sufficiente a dare inizio a un’azione teatrale. Ma parlando di teatro non è questo che intendiamo. Sipari Rossi, riflettori, versi sciolti, risate, buio si sovrappongono alla rinfusa in un’immagine caotica generata da un termine che dice tutto e niente.»

(Peter Brook – Lo spazio Vuoto)

Sul palcoscenico del Parco Comunale del Teatro di Zafferana Etnea, incantevole piccolo paesino alle pendici dell’Etna, dal 18 al 22 luglio si è svolta la nona edizione di Teatri Riflessi, Festival internazionale di corti performativi, organizzato dall’associazione culturale IterCulture, in collaborazione con il Comune di Zafferana Etnea, con il contributo della Regione Siciliana e il patrocinio gratuito del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana e del DAMS dell’Università di Messina.

Come ogni anno, il festival riunisce artisti, operatori culturali, giornalisti, drammaturghi e direttori di festival da tutta Europa, oltre che una nutrita componente di giovani tra volontari, studenti e membri dello staff. Quest’anno la rassegna ha ospitato 13 compagnie, con artisti provenienti da Canada, Egitto, Germania, Italia, Mozambico, Portogallo e Spagna, selezionati tra più di 371 candidature, di cui oltre il 60% provenienti da 50 Paesi esteri. Esperienze teatrali che seguono il formato del corto, cercano di condensare, in non più di 15 minuti, un racconto compiuto. La nascita dell’evento teatrale e il processo di incarnazione della parola drammatica nella forma visibile sulla scena si fonda, per convenzione, sulle tre unità aristoteliche: luogo, tempo e azione. Sottile è il confine tra l’arte ed il teatro, tra la danza e la parola. Il contemporaneo ci insegna che è impossibile, soprattutto nelle arti performative, che sono spesso multidisciplinari e includono gesto, parola e suono, una netta separazione ma bisogna aprirsi alla compenetrazione delle arti. Queste, di fatto, dialogano perfettamente tra di loro e trovano nuove letture, visioni, che sono quelle del contemporaneo. Da qui il titolo della nona edizione della rassegna Visioni contemporanee. La forma teatrale, così anche la danza, nel corso del tempo si è trasformata. La mimica facciale e i gesti possono celarsi dietro maschere ben strutturate : ne fa il suo cavallo di battaglia il primo spettacolo sul palcoscenico del parco di Zafferana Etnea.  Con No hay hueco en el jardìn di Elena Puchol Sola (Spagna) il pubblico ha assistito ad una danza tra due organismi. Uomo o donna si confondono, umano e naturale si fondono in una performance che spazia tra immaginario, sogno e onirico. In scena le artiste Júlia Estalella ed Elena Puchol. Si lascia spazio all’immaginazione dello spettatore, le due danzatrici si muovono sul palcoscenico velate da maschere che rimandano al cespuglio di un albero. Nella libertà di definire la sua ricerca, l’artista deve colpire il suo pubblico. Deve trovare le sue forme espressive, che lo possano rappresentare. La sua ricerca deve andare avanti e, attraverso una forma compiuta, deve rompere quella parete di indifferenza e arrivare anche attraverso l’empatia allo spettatore. L’espressione corporea, vocale, gestuale e mimica aiuta in questo processo creativo che culmina nella messa in scena di uno spettacolo, per quanto breve sia. Con il corto BIANCO – BROTE DIGITAL di G. Re (Italia) il pubblico assiste al viaggio che il non personaggio, in seguito ad un mutamento, intraprende all’interno della propria identità. Bianco è fragile, appena nato, si muove in un non luogo ed è dotato di una coscienza corporea. Esso si muove tra vulnerabilità e forza, svelando la complessità del proprio animo, scoprendosi nuovo ma sempre uguale. Di vulnerabilità possiamo parlare anche quando assistiamo alla messa in scena di What About Dante di e con Mounir Saeed (Egitto). In bilico tra paradiso e inferno, tra cultura Sufi e occidentale, rappresenta pienamente quel conflitto che da anni si consuma, guerre e carestie alla ricerca di un punto di incontro tra le culture, soprattutto tra quella occidentale e orientale. Tutti hanno il proprio inferno, proprio come Dante, e ciascuno può scegliere di portare una croce o qualsiasi altro principio sul cuore. Per questi motivi vince il Fondo Valentina Nicosia, attribuito collegialmente dalle due commissioni, Giuria Critica e Stampa e Tecnica. Il performer ha il dovere di riflettere il suo tempo, aprire al dialogo, al pensiero creativo e politico. Sulle molte questioni che ruotano attorno al contemporaneo, si interroga anche Pepa Sanz/ Caminantes Danza con El Porvenir -1.

L’artista condensa in tredici minuti uno spettacolo che racconta, attraverso il flamenco, di futuro, speranza e sogni. La performer cerca di comprendere l’incertezza e la paura dell’ignoto, di ciò che deve ancora avvenire condensandolo in un lavoro di indagine e di presenza scenica incredibile. El Porvenir -1 vince la Menzione Speciale della Commissione Critica e Stampa. Mostrare i limiti è un altro tema che ha interessato questa nona edizione della rassegna. Il limite tra noi e l’altro, tra conscio e inconscio. In Leftovers, di e con Josh Martin /COMPANY 605 (Canada), questo si compie. Una danza solitaria che racconti attraverso il corpo di memoria. L’artista riesce a condensare, in quindici minuti la sua ricerca che si basa sull’idea che il corpo conservi una memoria distinta; muscoli, ossa, tendini e organi registrano le tracce di eventi passati, avvenimenti e traumi, senza rendere queste informazioni facilmente disponibili alla mente. Il processo esplora il modo in cui trovare, entrare e muoversi attraverso i diversi stati di sensazione, in un costante sforzo di disconnessione dei movimenti dai pensieri. Una musica disturbante accompagna i movimenti del performer che vince il Premio Miglior Interpretazione e il premio speciale Ra.I.D. festival consegnato dalla direttrice artistica Maria Teresa Scarpa. La manifestazione mette in chiaro, tra i numerosi, alcuni punti fondamentali che rispecchiano il momento storico che viviamo. Che cosa ci lasciamo alle spalle quando ce ne andiamo? Che cosa resta di noi? Quando l’assenza dell’altro ci fa più paura? In questa disumanizzazione del ballerino, probabilmente, si trovano le risposte a queste domande. Così il corto No hay hueco en el jardìn di Elena Puchol Sola (Spagna), racconta di assenze ma anche di connessioni, rispondendo forse in parte alle questioni che scaturiscono da una società che ci attanaglia sempre di più a vuoti anziché pieni, invitandoci a disconnetterci anziché trovare fili conduttori, rapporti, nessi. Vuoto e pieno, conscio e inconscio, ricordo e oblio, presenza e assenza convivono sulla scena. Due organismi sul palcoscenico si muovono celati da maschere che ricordano il teatro orientale, il teatro Nō. Lo spettacolo, all’interno del quale è fondamentale l’elemento naturale, tende verso una direzione precisa; possiamo evolverci, mutare, solo attraverso l’incontro. I corpi dei danzatori si muovono all’interno di uno spazio epurato, dove caos e disciplina, armonia e conflitto, sono due facce della stessa medaglia. L’inconscio detta le regole, i corpi sono celati dalle maschere e si muovono sul palcoscenico a tratti in maniera armonica, a tratti disconnessa. L’altro e l’io coincidono in una danza gestuale e minimalista.

Il teatro deve essere spazio empatico, all’interno del quale accade sempre qualcosa nel momento presente. Il teatro è irripetibile e si concretizza nell’incontro tra performer e pubblico, tra lo sguardo dello spettatore e quello dell’artista. Pietro Angelini, con Discorso sopra i massimi sistemi della produzione cinematografica, racconta contrasti dicotomie del mondo del cinema. L’artista esprime stesso, creando un’ambiente in cui porsi molte domande. La narrazione del corto è incentrata tutta sulla questione economica e la spesa del budget diventa narrazione in sé e per sé. Un corto di danza è compiuto in quindici minuti, probabilmente più difficile una drammaturgia di teatro. Alcuni di questi interrogativi sono emersi durante i forum che si sono svolti nei pomeriggi assolati al Parco Comunale di Zafferana, poco prima dell’inizio del concorso. Ritual in form of a ceremony di e con Vasco Pedro Mirine (Mozambico), corto di 13 minuti, racconta della danza tradizionale africana e di quella moderna occidentale, entrambe condividono lo stesso spazio performativo. Sebbene dal forte impatto visivo, non ha convinto la Giuria Tecnica e Stampa per la mancanza di compenetrazione tra la danza tradizionale africana e quella moderna occidentale. In linea teorica lo studio ha del potenziale, ma sembra che in questa occasione non sia stato pienamente sviluppato. Il titolo del festival, Visioni contemporaneee, rispecchia a pieno la sua proposta culturale di quest’anno. Calata totalmente nel presente, un’epoca nella quale si parla sempre di più di conflitti di genere, guerre, questioni femministe e identità. No di e con Annalisa Limardi (Italia) e AY PAPI di e con Milena Cestao & Wolfgang Peréz (Germania) si sono concentrati su tematiche affini che riguardano il tema dell’identità, del consenso e del femminismo, sulla approvazione del sé e sulla questione identitaria, indagando i confini intimi dell’animo umano. Durante la rassegna si è parlato attorno alla sperimentazione musicale, nel tentativo di autodeterminare una consapevolezza nuova, che affondi le sue radici nella storia della musica pop, interessante esperimento portato avanti dallo spettacolo AY PAPI. Attraverso la negazione che si fa gesto e movimento, il corpo è assoggettato al proprio io. Raccontare di esperienze personali è un altro focus del concorso. Raccontare di , attingere dalla propria esperienza per trasmettere al pubblico nuove consapevolezze. Così due lavori di teatro sono stati ben accolti dal pubblico; Il Macello di Mattioli/ Donzelli, a cui vene attribuita la menzione speciale giovani e il premio TR-MOOD, creato da Rosanna La Malfa. ma ancora di più con TECNICHE DI LAVORO DI GRUPPO. Appunti per uno Schiuma Party, all’interno del quale si evidenziano i problemi della comunicazione, che sempre più urgente in quest’epoca. Soprattutto verso le nuove generazione, sulle quali aleggia un velo di ansia e frustrazione per il futuro. Il corto interpretato da Pietro Cerchiello si aggiudica il premio Miglior Drammaturgia, il premio Fondazione Claudia Lombardi e il premio speciale Grifeo, attribuito da Giuseppe Dino in rappresentanza del Comune di Petralia Sottana.

Un giovane attore insegna in una scuola media di periferia. Insegnare è sempre stato il suo sogno. Davanti a lui 23 ragazzi e con loro non fa teatro, i genitori non vogliono: lo trovano vecchio, inutile e noioso. Insieme fanno tecniche di lavoro di gruppo. In questo lavoro l’interprete racconta della sua esperienza, ricercandone il senso profondo del lavoro dell’attore e anche quello dell’insegnante. Resilienza è la parola d’ordine, impeccabile dal punto di vista drammaturgico e interpretativo. Il lavoro riesce ad arrivare allo stomaco dello spettatore arricchendolo. Può la bellezza trascinarci via se l’arte è una bugia che dice la verità? La ricerca della felicità è soltanto uno scherzo esistenziale? Un vicolo cieco da cui possiamo sfuggire solo con un eterno ritorno? Un loop senza fine che ci intrappola? Così in GLORIA. An easy and funny work di La Quebrá (Spagna), performance di Berta Ramirez Pruñonosa, Lucia Aznar Clement e Laia Serra Riera si interrogano sui complessi interrogativi collegati alla ricerca dello stato di gloria a cui tutti gli artisti mirano. Attraverso il tentativo di raggiungere la gloria. Le interpreti si trovano ingabbiate in un circolo vizioso, mentale e fisico, di aspirazione e di tensione in cui la gloria è sfuggente ma irresistibilmente seduttiva. Notevole l’impianto scenico e i costumi che giocano sulla presenza del colore bianco. L’idea che il palcoscenico sia un luogo dove può apparire l’invisibile ha una forte presa sulla nostra immaginazione. Siamo tutti consapevoli che una gran parte della nostra vita sfugge ai nostri sensi: la spiegazione più efficace delle diverse arti è che trattano di modelli che possiamo cominciare a riconoscere soltanto quando si manifestano come ritmi o forme. Scriveva Peter Brook nel suo Teatro Sacro. Gran parte della nostra vita, di fatto, sfugge ai nostri sensi. Varcando le soglie di un’appartenenza più simbolica, sacra e onirica scaviamo nel nostro io per ritrovarci affascinati e ammaliati dai performer che in Matomari No Nai di e con Catarina Casqueiro e Tiago Coelho (Spagna) esplorano la relazione tra due corpi, lavorando sulle illusioni che questi possono creare. Una metamorfosi che parla al pubblico di appartenenza, cambiamento, speranza, amore, resilienza e poesia, in un mondo che cerca di dividere i corpi allontanandoli, il movimento danzato dei due performer incanta il pubblico. Un’ipnosi collettiva, forme sinuose che si alternano senza una netta distinzione tra maschile femminile. Il corpo racconta traumi, gioie, speranze e rivela luci e ombre, come un in e Young dove due energie opposte sono necessarie e si completano a vicenda. I corpi creano immagini intriganti, tra le associazioni visive di pittori surrealisti come Dalì o Magritte, si cerca un appiglio. Matomari No Nai vince la nona edizione di Teatri Riflessi. Lo spettacolo vince il premio Miglior Corto, premio Miglior Regia, premio Critica e Stampa, Menzione speciale del pubblico e delle compagnie. Teatri Riflessi è una realtà vivida, tra le migliori in Sicilia, una rassegna che tesse rapporti tra pubblico e artisti, tra stampa e operatori del settore, riuscendo a portare nell’entroterra siciliano poesia, arte e spettacolo. Un logo fervido dove tessere discussioni di alto valore e spessore culturale, una manifestazione inclusiva che può vantare di un’equipe dalle visioni evasive, che invitano al rallentamento, al distacco da una quotidianità cinica e frenetica. Attraverso un lavoro sinergico, dal 2009, Teatri Riflessi riesce a rendere visibile l’invisibile, interrogandosi sull’oggi come ponte per il domani.

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