Catania ora veramente è «a pezzi»: se n’è andato Tino Vittorio
Catania ora veramente è «a pezzi»: se n’è andato Tino Vittorio
Tino Vittorio era uno che sapeva sputare nel piatto in cui mangiava. Non avendo avuto tempo di amare i Beatles ed i Rolling Stones – era nato in un quartiere popolare da un padre che faceva u riatteri (il garante cioè della vendita del pescato) – si era specializzato dopo un’odissea ininterrotta di studi e di letture in quella che definirei Storiografia canaglia asistematica (me lo concesse lui il permesso di chiamarla così) della quale ha fornito eccellenti prove: a partire da «Il lungo attacco al latifondo» a «Una vita contro il malgoverno» passando per «Sciascia la storia e altro», ad «Anteo» e fino a «Catania a pezzi». Ovviamente fedele alla sua natura tradimentosa ha sempre cambiato editore e compagni di merende. Quello che non ha mai cambiato è il metodo d’indagine: «L’unica possibilità di fare ricerca è data dal mondo di Borges, per il quale il mistero, l’enigma da risolvere è sempre più interessante delle soluzioni». D’altro canto – diceva Sciascia – che non è uno scrittore di fantascienza, «la storia mente e le sue menzogne avvolgono di una stessa polvere tutte le teorie che dalla storia nascono». Così scriveva Tino in «La Sicilia come metafora». Nascevano così le sue recinzioni i suoi formicolii – guarda caso il titolo di altrettanti suoi saggi – tutta una serie di categorie che mal si coniugano con la storiografia ufficiale delle tabelle, dei diagrammi, delle comparazioni e degli archivi. Che per Vittorio «restano i congelatori della punta di un iceberg. E’ un mare, per quanto scrutato a fondo, all’emersione del palombaro-storiografo non dà altro che perline di acqua attaccate all’epidermide esposta». Ecco perché proponeva indirettamente (ma sempre proposta era) che il mistero dell’archivio congelatore possa essere sciolto con l’incendio degli archivi quale operazione storiograficamente corretta per la storiografia sociale, «una specie di pareggiamento dei conti…»1 Chi volesse leggere in questo atteggiamento di Tino Vittorio una celebrazione dissimulata di ambiguità epistemologica non potrebbe fare errore più grave. Parafrasando se stesso che parafrasa Sciascia, per Tino Vittorio la storia era certamente più importante e necessaria della storiografia, in quanto la prima certamente non può mentire la seconda certamente lo fa.2 Dunque il metodo varrebbe più dei suoi contenuti, dell’oggetto delle sue indagini. Per questo in «Catania a pezzi», scritto a quattro mani con Aldo Motta, Tino Vittorio, in nome di quel «malessere da deportati» che gli interventi urbanistici innescarono su S. Berillo, ricostruiva la storia ufficiale non senza un inciso pirotecnico, mito-filosofico sul climax discendente del mestiere più antico del mondo che lì si esercitava (esercitava? al passato?) e che vale la pena di accennare: «dai templi, alle strade, dall’inconscio alla coscienza, dalla femmina alla prostituta, da Iside plurimammia e dal simbolismo delle mammelle e del latte alla vacca, alla secolarizzazione del residuo arcaico della Grande Madre, alla psicosi sessista dei moderni, nei civilizzati. Dalla civiltà magica alla civilizzazione laica, da Iside alla puttana»3. Non c’è mai stato pero in Vittorio nessun tentativo di storiografia larmoyant, di vagheggiamento dei bei tempi andati, piuttosto di smascheramento della meccanica sociale: la città rappresentativa avversa a quella periferica: una disputa «sulla legittimazione del potere, costruita teatralmente, architettonicamente, urbanisticamente».4 E se la prendeva sempre contro la sua Catania «pustola di indecenza urbanistica», una Milano del Sud che si avviava ad imbellettarsi per confermarsi tale che impediva la comunicazione tra la Catania moderna e quella contemporanea, spezzava il colloquio urbanistico fra le parti della città ufficiale: su tutti il caso S. Berillo, «urbanisticamente un tumore.» E lì Tino s’infiltrava attraverso un resoconto analitico sulla manovalanza che l’abitava, che ne riempiva le case, che si spandeva per i vicoli, che pernottava nelle posate: «Quelle viuzze ospitavano ‘quartini’ per amanti, mantenute a symbol status, dagli zerbinotti locali prima dell’abbandono del celibato. Mantenute, tratte dal giro delle attricette minori che venivano a lavorare in tournée al Teatro Massimo Bellini (…) o al Teatro Sangiorgi di via Lincoln, poi Di Sangiuliano […] o al Teatro Olympia o al Teatro Parnaso di via Caff o al Machiavelli (tutti a corona delle vie adiacenti a San Berillo)».5 Fedele al suo modello storiografico Vittorio ne aveva tracciato pure un materialissimo percorso letterario, frugando tra le memorie di Mimì Rapisarda e quelle indirette di Vitaliano Brancati, di Giovanni Centorbi, di Sebastiano Addamo. Ripeto e preciso: Tino Vittorio è stato sempre attento a superare ogni tipo di pittoricume della fatiscenza grazie ad un’analisi storica priva di vaneggiamenti nostalgici. E questo scenario urbano di ruina che è passata in sordina emerge prepotente da altre testimonianze: su tutte quella straordinaria di Franco Pezzino, raccolta nella lunga intervista de «Una vita contro il malgoverno». Lo sguardo di Tino Vittorio era completo, appassionato: da S. Berillo alla Civita fino a S. Cristoforo, quartieri omogenei con un solo luogo a dividerne destini e possibilità di sviluppo ovvero il water front: «Chi è più vicino al mare, chi ha avuto più opportunità dalla risorsa del mare con i suoi marinai, i suoi portuali, i suoi pescatori e i suoi pescivendoli, all’ingrosso e al dettaglio […] ha prodotto meno delinquenza».8 Una conseguenza, anche, dell’omissione istituzionale che aveva chiuso gli occhi negli anni, a fronte di una espansione priva di spazi e di strutture primarie, fino alla caserma borbonica, in seguito fabbrica, che avrebbe illuso le speranze di tanti. E’ qui che Tino Vittorio aveva innescato il suo paradosso, esemplificato nella formula iconoclasta «abbattiamo gli Archi della Marina» per avere direttamente e finalmente a disposizione la risorsa mare. E’ qui il nocciolo del rientramento cittadino che Vittorio perseguiva attraverso un piano di bonifica sociale. Per lui il porto di Catania era una porta che non apre. Uniche eccezioni, con le dovute eccezioni, Villa Pacini ed il Giardino Bellini: ovvero due modelli di giardini d’acqua esemplati su quelli offerti dalla teologia coranica e da quella cristiana del chiostro. Lungo le memorie notevoli degli storici catanesi – da Saverio Fiducia a Giuseppe Recupero – Vittorio ne aveva ricostruito i progetti, estendendone il sensus con un tuffo nell’arte francese dei giardini del Settecento, nel fascino dell’esoterismo massonico per i labirinti verdi, nell’allusività brancatiana della Torre Alessi, suggerendo l’idea della Villa come «soluzione sincretica di labirinto privato Biscari e villa pubblica Pacini».9Gioverebbe alla classe politica tentare di imparare dalle indicazioni di Tino, possedere insomma quello che lui chiamava con una elegantissima e assai ironica formula «coefficiente gonadi» per far ricominciare in quei luoghi l’antistoria, avviare quella «geo-filosofia» del territorio recuperato10 che trasformerebbe la Natàca degli infiniti e continui anni perduti e la Calòria del gallismo tronfio autoperpetuante in una città più vera, dentro il tempo e dentro la storia. Tutto quello che i devoti cherichetti della historia avevano taciuto su Catania, l’ irriverente storiografia iconoclasta di Tino Vittorio ce lo ha restituito superando il pregiudizio antilocalistico, antioralistico ed antinarrativo che la storiografia accademica e la grande storia, sbuffanti di sufficienza scientista e di boria ottocentesca, continuavano a riversare sulle piccole storie di interesse locale raccontate dai protagonisti. L’avevo sentito per telefono appena poche settimane fa: discettavamo sui lupini verghiani (cozze o legumi, Tino?), dell’ennesimo libro sull’identità siciliana in chiave psicoanalitica, che aborriva, mentre ci ripromettevamo sorbetti e liccumarè. (Io però me lo ricordo così: ancora seduto sul balcone di casa mia, elegantissimamente charmant durante interminabili sere d’estate a gustare la granita alla mandorla di mia madre parlando di tutto e di niente. Ma questi sono momenti che appartengono solo a quella parte di vita che non può essere aggrumata in poche righe e che ha bisogno solo del silenzio discreto dell’imponderabile. Addio, Tinuzzu, che il mare ti sarà lieve).
1 Tino Vittorio, Sciascia la storia e altro, Sicania, Messina, 1991, pag. 11
2Ibidem, pag.15
3Aldo Motta, Tino Vittorio, Catania a pezzi, Edizioni Greco, 2003 pag 11
4Ibidem, pag.12
5Catania a pezzi, cit. pag. 20
6Ibidem, pag. 22
7 Tino Vittorio, Sciascia la storia ed altro, cit. pag. 11
8Aldo Motta, Tino Vittorio, Catania a pezzi. cit. pag. 85
9bidem, pag. 134
10Cfr. Tino Vittorio, Per un bilancio di fine secolo, Catania nel Novecento, Atti del III Convegno di studio (1951-1980) a cura di Corrado Dollo, (estratto). Società di Storia Patria per la Sicilia Orientale, Ente Morale – Istituto Universitario – Catania.