Echi di guerre (e memorie) passate: così lontane, così vicine: “Après les Troyennes” a Siracusa

Dopo le Troyennes ci sono ancora e sempre le Troiane, non quelle di Euripide e nemmeno quelle dello spettacolo cult di Thierry Salmon al Cretto di Burri di Gibellina nell’estate del 1988, ma quelle rappresentate da un formidabile ensemble di attrici e danzatori che da alcuni anni, sotto la direzione del coreografo brasiliano Claudio Bernardo naturalizzato belga, hanno lavorato al progetto di restituire in una forma teatrale nuova il testo euripideo e la memoria di quel lontano e straordinario spettacolo, o quel che ne resta nel ricordo delle tre attrici che erano fra le 35 interpreti di quella sconvolgente edizione – Maria Grazia Mandruzzato, Carmela Lacantore, Cecilia Kankonda e del regista coreografo che quella rappresentazione, appena diciottenne, vide restandone folgorato fino a segnarne la vita artistica futura e che oggi, in qualche modo, ci restituisce e regala come un debito affettivo e culturale dovuto.

Tante sono le storie di cui si nutre questa creazione individuale e collettiva che mette insieme danza, canto, musica, immagini e parole come un unico racconto a più voci articolato su diversi piani performativi, visivi e sonori, che si intrecciano, si inseguono, a volte sembrano anche cercarsi, in un movimento solenne e quieto di un’epica tragica interamente vissuta dalla parte degli sconfitti, le ossa degli eroi morti e le loro donne, regine, amanti, profetesse a cui la guerra ha tolto ogni cosa eccetto la dignità di tornare ad essere quelle che sono sempre state, insieme alla loro voglia di raccontare al mondo le ragioni intime, lacerate, della loro esistenza, e soprattutto dire di una femminilità a cui sembra concesso solo il lutto e la pietà, la ritualità di donne destinate a raccontare all’infinito, come in un racconto della Blixen, la loro storia immortale. La drammaturgia di Alain Cofino Gomez e Claudio Bernardo si fa, attraverso alte e nobili parole rubate al quotidiano, commento, riflessione, strazio, riscatto, viaggio, perdita, speranza muta. In questo intrigo tragico le vicende di Ecuba, Andromaca, Elena e Cassandra vanno a coincidere con l’ultima replica dello spettacolo prima dello scioglimento della Compagnia, con tutto il carico di metateatralità che questo espediente drammaturgico comporta, qui mantenuto in una forma non esibita né dimostrativa da apparire connaturata allo sviluppo dell’azione e dei temi alla base del progetto: l’esilio politico, il nomadismo culturale, l’abbandono della propria terra e del proprio lavoro, e tutto ciò che questo comporta di nostalgia e di solitudine. La fuga e l’accoglienza diventano la speranza estrema di una vita vissuta disperatamente dal popolo degli esiliati che ha la sua sintesi scenica nel bellissimo, commovente filmato proiettato sull’ampio schermo dove vediamo su una grande spiaggia deserta figure velate che guardano l’orizzonte del mare in attesa di partire, o in attesa di un qualche approdo: l’ambivalenza di tutti i confini, di ogni limite reale e simbolico tracciato per dividere. In altri momenti i tre schermi, su, in alto, si riempiono di quanto accade in scena: riprende i corpi degli attori, indaga in dettagli da cinema espressionista sui loro volti, braccia, gambe, mani; tutto avviene in presa diretta girato da un cameraman che, camera a spalla, amplia, così agendo, la dimensione drammaturgica e scenica dell’intero evento. Che ha il suo punto di forza nelle dinamiche reciproche che riesce a mettere in atto fra coreografie e recitazione, corpi e voci, staticità e movimenti. Claudio Bernardo sembra avere fatto sue la forte espressività formale dello spettacolo di Salmon e l’efficacia spettacolare delle coreografie di Maurice Béjart, di cui fu allievo, che traduce in una discorsività gestuale guizzante e malinconica, coinvolgente e rassicurante al tempo stesso, incisiva e colta, in cui affioranom inoltre,immagini di altri spettacoli che certamente gli sono rimasti nella memoria, come quella di Cieslak nel Principe costante di Grotowskij, o Les Iks di Peter Brook. Un tavolo, su cui si compie il sacrificio di Astianatte, – una delle sequenze più fortemente incisive della rappresentazione – e lo schermo cinematografico sono i due poli materiali e concettuali intorno ai quali è costruita la rappresentazione che si avvale, come detto, di quelle fantastiche attrici che parlano di se stesse raccontando altro: più che confessioni sono testimonianze di indicibili sofferenze (la tragedia del distacco), ferite aperte mai rimarginate, come di un passato che non passa dentro un presente che gli somiglia molto, e un futuro che sembra riportare tutto indietro, a quella guerra del Peloponneso (431-404 a.C), di cui la caduta di Troia avvenuta 800 anni prima era diventata per Euripide il rimbalzo storico, poetico e mitico, e dove la storia culturale dell’Occidente trova una delle sue radici più feconde. E se le guerre nei Balcani (1991-2001) sono l’altro conflitto a cui questo spettacolo e il suo ideatore fanno esplicito riferimento, è l’invasione dell’Ucraina ciò a cui tutti gli spettatori pensano: l’invisibile fantasma che aleggia e che appare in ogni parola pronunciata, in ogni gesto compiuto dai danzatori, in ogni canto che si leva alto da quella nuda, bianca scena. C’è infine un ulteriore livello che tutto illumina e contiene ed è quello sonoro, non semplicemente musicale ma proprio del suono che è dato dalla voce, dai corpi che danzano, dal canto vero e proprio che è rimasto quello intenso, arcaico, modellato sul greco antico da Giovanna Marini per lo spettacolo di Salmon e che a distanza di tanti anni mantiene intatta la sua forza liturgica colta e popolare. A questo recupero storico-musicale vengono associate nel corso della rappresentazione musiche di Nina Simone, Dorian Baste e dal vivo un canto inedito composto da Giovanna Marini per Elisa Gabel (Cassandra), una bravissima cantante lirica che ci sorprende inserendo nei suoi brani arie di melodramma ottocentesco. Applausi entusiasti e conviti da parte del numeroso pubblico presente all’indirizzo di tutta la Compagnia chiamata più volte a festeggiare un indubitabile successo, dovuto anche al Sovrintendente dell’Inda, Antonio Calbi che questo spettacolo ha fortemente promosso e sostenuto.

foto:  jltanghe@belgacom.net

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