Edipo re, la scena riflessa di Robert Carsen

 

Edipo re è stata definita da Aristotele fino a Schlegel, la “più perfetta tragedia del teatro greco”. I temi più terribili dell’esistenza umana si intrecciano in questo dramma: l’ineluttabilità del destino, il riconoscimento di se stesso (un’auto-agnizione), la colpa e l’origine del male.

Ma la perfezione Sofocle la raggiunge per la struttura ad indagine dell’intreccio, per l’equilibrio della narrazione che procede lentamente verso il disvelamento della terribile verità che farà scoprire proprio in Edipo il colpevole, l’origine del male che affligge Tebe; lo stile cesellato qui dal Poeta di Colono raggiunge la più pura, e per questo magnifica, semplicità. A quanto ci testimonia Plutarco, Sofocle volle di proposito, per questo dramma, rinunciare all’onkos, idealmente, cioè all’enfasi, alla magnificenza scultorea dei personaggi di Eschilo e problematizzarli.

In questa edizione dell’Inda di Siracusa, 2022, il regista Robert Carsen, rinunciando ad ogni forma di spettacolarizzazione, riducendo e sottraendo ogni possibile elemento superfluo, ha costruito una drammaturgia lineare, proprio nel senso di geometrica, sia nella scenografia, che nell’impostazione plastica dei personaggi che si muovono e recitano con un ritmo reso addirittura visibile, che definisce quasi fisica la parola così purificata e nitida.

Si è parlato di minimalismo per questo allestimento, di borghesizzazione della tragedia; non è questa la percezione che abbiamo avuto, la chiave di lettura ci sembra invece, molto giocata sull’immagine, ma su un’immagine simbolica, anzi, di più, emblematica.

Una immensa scalinata bianca sormonta tutta l’orchestra, un rispecchiamento della cavea del teatro, edificio sacro che raccoglie gli spettatori pronti al loro rito catartico. Gli attori e il coro sono tutti vestiti di nero, tranne Maddalena Crippa nel ruolo di Giocasta, in abito bianco, seducente.  Come note su un pentagramma, crome, biscrome, figure nere, in abiti, questi sì, borgesi, ma neutri, come omini di Magritte, muovono una danza senza gioia, ma ritmata, cadenzata, in una scena riflesso della folla del pubblico-spettatore. La scena si apre con l’atmosfera del morbo che ha funestato la città, un corteo funebre di un coro numerosissimo, grandioso, deposita davanti agli occhi di tutti le salme, le loro spoglie allineate prima e poi ammassate; portano la mascherina nera (solo in questa scena) e lasciano a terra cenci neri, vittime di una peste nera.

Il coro è decisamente un corpo solo, un deuteragonista costituito da moltissimi elementi, guidati da un corifeo, Rosario Tedesco, che si muovono in composizioni plastiche e recitano con cadenze ritmate all’unisono: emblema potentissimo della sciagura dei Tebani, suggestione decisamente filmica, grande visione d’insieme.

Loro come noi, oggi, nel 2022, dopo due anni di una pandemia che ha ammorbato il mondo e che ci ha lacerato, addolorato, mutilato. Il dolore di Tebe, la malattia di Tebe è la nostra. Così il regista non ha avuto bisogno di trovare una nuova modernità con abiti strettamente contestualizzati, né nel presente, né nel passato. Le giacche e le cravatte, le camice bianche, le gonne strette e le camicette aderenti per le donne del coro, persino l’abito bianco di Giocasta, alludono a una neutralità universale.

Edipo, solutore di enigmi, il sovrano amato dal popolo -“tu che sei il migliore tra i mortali”-  comincia la sua inchiesta. Un Giuseppe Sartori sobrio, nettamente asciutto (fino al finale quando diventerà l’eroe caduto, ferito, cieco, assolutamente e profondamente scultoreo e cristologico), indaga, chiede, mette insieme i pezzi, cerca prove, testimonianze, determinato a trovare l’origine di tanto male, la colpa nefanda che ha macchiato quel popolo.

Primo disvelatore che lo accompagna sulla strada della verità l’indovino Tiresia, il cieco che vede nelle tenebre,  interpretato da Graziano Piazza, ormai sicuramente un mattatore nei ruoli tragici, qui rappresenta un elemento quasi straniante, con un costume  che lo riporta indietro nel tempo,  il bastone con cui accompagna i suoi passi da cieco (che verrà poi raccolto da Edipo, sul finale per chiudere una circolarità emblematica sul tema della vista e della visione), una vocalità scura che diventa urlo disperato nel momento del vaticinio straziante. Prima Tiresia calpesta il cumulo dei cenci neri, poi sarà Edipo al suo posto. La saggezza infinita dei Greci, e di Sofocle, in una battuta: “Com’è tremendo sapere quando non dà vantaggio a chi non sa”

Quella imponente scalinata bianca è un passepartout che incornicia il più grande dei dolori, il precipitare di un uomo dalla felicità all’infelicità più profonda, al suicidio, alla punizione fisica, al supplizio, alla espiazione.

Non per questo Carsen ha fatto della tragedia di Sofocle un dramma borgese, forse, piuttosto, antiborghese. C’era nel tragediografo l’attacco al potere, l’analisi sulle dinamiche che portano al regno e sul senso del dominio, sulla legittimazione di questo potere. Il testo era già così lungimirante da essere adeguato al mondo delle poleis, ma anche a Roma e nel Rinascimento, e nel Romanticismo e nel XXI secolo.

La ricerca, la contestazione e la relativizzazione della verità, l’ipotesi di una confutazione che neghi l’evidenza, questo sì il vero tema borghese, nel senso novecentesco del termine. Per questo alcune scelte della regia non possono che riportare alla mente un immaginario pirandelliano quasi scontato: la recitazione di Maddalena Crippa, nei toni della voce, nelle movenze seducenti, il cocktail a base di gin nei bicchieri pieni ghiaccio (unica nota davvero stonata), una certa argomentazione volta alla dissuasione, hanno richiamato alla memoria pièce storiche di celebri compagnie della metà del Novecento specializzate in Pirandello.

Tutti i caratteri di questo dramma sono travolti dal congegno di una macchina che è mossa da Edipo, che schiaccerà alla fine Edipo, ma non lui solo.

Per il finale, questa messa in scena ha dimenticato la sua (reale?) ispirazione borghese e ha mirato alla grandiosità immensa. Edipo sanguinante, accecato da se stesso, schiacciato dal peso della colpa, va incontro al suo destino inesorabile: non la morte, come Giocasta che si impicca, ma l’espiazione. Nudo, trascina se stesso sulla scalinata, macrocosmo dell’umanità, coi piedi scalzi, bianchi, ossuti ma flessibili, misura ogni gradino e scende lentamente verso il suo popolo, il coro che si è aperto a schiera e grida tutto il suo male, chiede la pietà a Creonte, vuole abbracciare le figlie Antigone e Ismene per un’ ultima volta, e si allontana, verso la cavea, lì dove il pubblico siede, come ad agganciare quella specularità della scena, come a cercare il suo rifugio, il suo esilio, tra gli esseri umani di oggi, impotenti, come lui, di fronte all’inesorabilità del fato.

Ttraduzione di Francesco Morosi, regia di Robert Carsen, scene di Radu Boruzescu, costumi di Luis F. Carvalho, luci di Robert Carsen, Giuseppe Di Iorio, coreografie di Marco Berriel,

Con Giuseppe Sartori (Edipo Re), Rosario Tedesco (Capo Coro), Elena Polic Greco (Corifea), Paolo Mazzarelli (Creonte), Graziano Piazza (Tiresia), Maddalena Crippa (Giocasta), Massimo Cimaglia (Primo Messaggero), Antonello Cossia (Servo di Laio), Dario Battaglia (Secondo Messaggero).
Coro : Giulia Acquasana, Caterina Alinari, Livia Allegri, Salvatore Amenta, Davide Arena, Maria Baio, Antonio Bandiera, Andrea Bassoli, Guido Bison, Victoria Blondeau, Cettina Bongiovanni, Flavia Bordone, Giuseppe Bordone, Vanda Bovo, Valentina Brancale, Alberto Carbone, Irasema Carpinteri, William Caruso, Michele Carvello, Giacomo Casali, Valentina Corrao, Gaia Cozzolino, Gabriele Crisafulli, Simone D’Acuti, Rosario D’Aniello, Sara De Lauretis, Carlo Alberto Denoyè, Matteo Di Girolamo, Irene Di Maria di Alleri, Corrado Drago, Carolina Eusebietti, Lorenzo Ficara, Manuel Fichera, Caterina Fontana, Enrico Gabriele, Fabio Gambina, Enrica Graziano, Giorgia Greco, Carlo Guglielminetti, Marco Guidotti, Lorenzo Iacuzio, Ferdinando Iebba, Lucia Imprescia , Vincenzo Invernale, Althea Maria Luana Iorio, Elvio La Pira, Domenico Lamparelli, Federica Giovanna Leuci, Rosamaria Liistro, Giusi Lisi, Edoardo Lombardo, Emilio Lumastro, Matteo Magatti, Roberto Marra, Carlotta Maria Messina, Moreno Pio Mondì , Matteo Nigi, Giuseppe Orto, Salvatore Pappalardo, Marta Parpinel, Alice Pennino, Edoardo Pipitone, Gianvincenzo Piro, Bruno Prestigio, Maria Putignano, Riccardo Rizzo, Francesco Ruggiero, Rosaria Salvatico, Jacopo Sarotti, Mariachiara Signorello, Flavia Testa, Sebastiano Tinè, Francesco Torre, Francesca Trianni, Gloria Trinci, Damiano Venuto, Maria Verdi, Federico Zini, Elisa Zucchetti

 

LOREDANA PITINO

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