Ettari di carta e brandelli di vita: Vittorio Giardino

Vittorio Giardino

Ettari di carta e brandelli di vita

Da tempo pensavo di raccogliere piccole storie, illustrazioni e disegni sparsi, tutte pagine inedite o quasi, pubblicate al massimo su cataloghi di mostre o festival e mai più ristampate. Fino ad oggi era solo un desiderio vago che mi veniva in mente di tanto in tanto, fra un libro e l’altro, senza riuscire a trovare il tempo e la determinazione per realizzarlo.”

Dobbiamo ringraziare Simone Romani e Pasquale La Forgia per la curatela dello splendido volume cartonato di Vittorio Giardino (Tratti in salvo, Rizzoli Lizard, pp. 252, euro 19), che ci permette di sbirciare nello “studio” dell’autore bolognese. Tra tavole non utilizzate, disegni preparatori, omaggi visivi ad autori vivi e defunti, copertine per romanzi altrui, storie brevi edite e inedite, camei di ogni tipo, si dipana il work in progress di Giardino, oggi considerato uno degli autori di fumetti più apprezzati al mondo. Per diventarlo ha abbandonato a trent’anni la professione di ingegnere divorato dalla passione per le storie disegnate. I suoi personaggi restano indimenticabili. Nel 1978 nascono le gesta hard-boiled del detective Sam Pezzo, a cui poi è subentrato il più famoso Max Fridman. L’agiato commerciante di tabacco, ebreo francese, che vive a Ginevra, dopo la separazione dalla moglie Vera (di cui si sa pochissimo), con la figlia adolescente, viaggiatore instancabile, è coinvolto spesso in indagini e vicende di spionaggio come ex agente dei servizi segreti francesi costretto a rientrare in servizio alle soglie della seconda guerra mondiale. Dal grigiore di Budapest alle solarità di Istanbul e del mar Egeo fino alla tragica Spagna della guerra civile Vittorio Giardino ci ha fatto viaggiare per anni (che attese prima del successivo episodio!) attraverso un’Europa segnata dalla violenza crescente. La prima storia, “Rapsodia ungherese”, uscì a puntate nel 1982 su la rivista di fumetti, Orient Express, ideata dall’immaginifico talent scout Luigi Bernardi, purtroppo morto da alcuni anni. Giardino sbalordì i lettori per la cura maniacale del tratto e per i bei colori – una “linea chiara” italiana ispirata dal Tin Tin di Hergé e dal Blake e Mortimer di Jacobs – e per la bravura nel creare una storia di spionaggio che affascinava per la complessità dei personaggi e per le atmosfere suscitate. Studi preparatori meticolosi, anni di scrittura e poi disegni accuratissimi e di straordinario impatto visivo giustificano la “lentezza” di Giardino e ci aiutano a comprendere come le sue storie disegnate abbiano un grande fascino. L’altro grande personaggio di Giardino è Jonas Fink, giovane ebreo praghese, che abbiamo seguito nelle sue peripezie dal secondo dopoguerra fino alla caduta del muro di Berlino in un lungo (quanti anni e volumi!) e commovente romanzo di formazione. E se i fumetti più intriganti del settantenne autore bolognese hanno prevalentemente ambientazioni storiche e politiche, non sono mancate negli anni le storie più “leggere” come quelle che hanno per protagonista la stupenda Little Ego, che rivisitano eroticamente e in modo parodistico il fumetto statunitense Little Nemo creato da Winsor McCay nel 1906. Ovviamente altri lavori, tutti suggestivi per la qualità dei disegni, hanno scandito la vita professionale di Giardino, ma ora, con Tratti in salvo, abbiamo modo di capire l’evoluzione del suo stile. Sulla prima storia, La pratica AB, pubblicata nel 1978 nell’antologia collettiva Indagini nell’altroquando, curata da un giovanissimo Bernardi, Giardino dice oggi: “Rileggendo il racconto dopo quarantatré anni, devo chiedere venia per il disegno goffo e lo stile incerto.” Nel volume appare anche il prezioso inedito I mandanti, sempre del 1978, che affronta il tema della guerriglia urbana nella Bologna di quel tempo: “Il disegno è ancora acerbo, ma la storia tiene. Ha la stessa ispirazione di un famoso film di John Carpenter, 1997:Fuga da New York, solo che è stato realizzata tre anni prima. Forse oltre che essere disegnata male, era troppo in anticipo sui tempi. Fatto sta che nessuno volle mai pubblicarla.” A leggere il fumetto ci si rende conto di come, in realtà, il suo segno si era già molto raffinato e la storia era già matura. Comunque sia, i lavori si stavano evolvendo verso quella che diventerà la sua cifra stilistica: una ligne claire molto personale con un livello grafico sempre più elevato e storie dense che trattano temi importanti, preparati da studi minuziosi. Fra le tante chicche mi piace citare una breve storia a strisce del 1983, Dimo Corsivi, disegnata per l’edizione bolognese di Repubblica (che non la pubblicò) in cui appaiono ironicamente alcuni protagonisti della cultura felsinea di quegli anni. Che dire in conclusione? Forse è meglio chiudere con il titolo della prefazione al libro, che ogni appassionato del fumetto e dell’illustrazione potrà ben comprendere perché riassume l’esistenza e la passione dei grandi disegnatori: “Ettari di carta e brandelli di vita.

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