ESERCIZI DI STILE Al Teatro Stabile di Catania, sala Futura.

 

di Raymond Queneau, nella versione italiana di Umberto Eco. Regia di Emanuela Pistone , anche in scena con Francesco Foti, Agostino Zumbo. Spettacolo finalista al premio “Le Maschere del Teatro Italiano 2024” come “Migliore Spettacolo 2023-2024”, vincitore del premio per la categoria “Migliori luci” realizzate da Gaetano La Mela.

 

Varianti e variazioni linguistiche in scena

«Un episodio di vita quotidiana, di sconcertante banalità, e novantanove variazioni sul tema, in cui la storia viene ridetta mettendo alla prova tutte le figure retoriche (dall’epico al drammatico, dal racconto gotico alla lirica giapponese) giocando con sostituzioni lessicali, frantumando la sintassi, permutando l’ordine delle lettere alfabetiche… Un effetto comico travolgente». Così, nel 1983, Umberto Eco, che si era occupato della traduzione per la pubblicazione in italiano per i tipi della Einaudi, sintetizza,  nell’introduzione,  una definizione degli Exercices di Raymond Queneau, pubblicati per la prima volta nel 1947.

Raymond Queneau, è stato un grande intellettuale francese, scrittore impegnato, che militò nella Resistenza, entrando a far parte del Comitato nazionale scrittori, fu molto vicino ai modi del Surrealismo, ebbe la carica di Segretario generale delle Edizioni Gallimard, e l’onore di dirigere l’ Encyclopédie de la Pléiade, morto a Parigi nel 1976.  Mettendo a frutto la sua sterminata cultura e l’interesse per la semiotica della comunicazione letteraria, elaborò un lungo gioco di varianti e variazioni, 99,  di quel racconto semplicissimo che Eco (il più grande studioso di semiotica del panorama italiano) tradusse e, a sua volta, rielaborò.

Da questa originale e sorprendente operazione letteraria, il Teatro Stabile di Catania ha prodotto uno spettacolo, che ha mantenuto il titolo Esercizi di stile, affidandone la drammaturgia e la regia ad Emanuela Pistone, che ha selezionato 40 fra le 99 variazioni dell’originale e, per la prima volta nel 2024 e, di nuovo, in queste sere alla Sala Futura,  ha portato in scena una pièce esilarante, intelligente, raffinata, ironica, caleidoscopica.

La regista descrive lo spettacolo come “un incrocio tra circo e varietà” ed, in effetti, i tre attori, Francesco Foti, Agostino Zumbo e la stessa Emanuela Pistone, sul palco, vestiti di bianco ( i costumi sono curati da Riccardo Cappello) sono dei funamboli della parola che si fa corpo. Su un trapezio ad altezza variabile si esibiscono volando tra un calembour e una canzone, anagrammi e sintesi,  una litote e una onomatopea, dialetti e inflessioni, canto e gioco di prestigio. Le capriole linguistiche che Queneau aveva creato per dimostrare i meccanismi del racconto, gli strumenti del mestiere di chi scrive, sono diventate artifici scoppiettanti nella mimica e nella pantomimica di tre figure camaleontiche complementari e via via sempre più stupefacenti.

Come nel testo ci sono tutte le specificità della retorica applicata, così sulla scena abbiamo assistito ad una dimostrazione di eccellenza dell’antico mestiere dell’attore. La rapida successione delle variazioni è affidata a una sequenza di caratterizzazioni, mai eccessive, che vanno dal riferimento a Petrolini all’omaggio a Totò e ad Edoardo, dalla suggestione del teatro classico, alla declamazione alla Carmelo Bene, dall’immagine di un Pierrot al grammelot di Gigi Proietti, ma anche l’I.A. con Alexa; e poi le cadenze dei dialetti si mescolano a quelle delle lingue russe, francesi, spagnole. Intanto, in un riquadro geometrico illuminato da neon e fasci di luce (bisogna ricordare che Gaetano La Mela, per questa animazione grafica e per le luci ha ricevuto il premio “migliori luci” alle Maschere del Teatro 2024), piccoli elementi di scena, cubi che riproducono lettere, diventano anch’essi parte della narrazione e didascalia di ogni successivo passaggio (scenografia a cura di Andrea Taddei). Fra i tre attori in scena è una vera gara che ha richiesto grandissima concentrazione e lavoro sulla memoria, perizia tecnica e virtuosismo, affinità e solidarietà, consolidato gioco di squadra  e, anche, il gusto e la passione di chi ama cimentarsi in una sfida tanto complessa quanto divertente.

Lo spettatore si è ritrovato delicatamente immerso in un’atmosfera futurista (come non ritrovare l’eco della Fontana malata di Palazzeschi? o le Parole in libertà di Marinetti?) e allo stesso tempo surrealista, crepuscolare, pirandelliana, grottesca, joneschiana, dannunziana, freudiana,  pascoliana, felliniana e, decisamente esilarante. Ad ogni linguaggio corrisponde un tipo di recitazione, un’interpretazione simmetrica dove,  se la parola gioca con se stessa, il gesto si fa sinestesia della prossemica.

Alla fine, a voler ricordare il genio da cui sono nate queste varianti, in un gioco di luci, di pieni e di vuoti, i tre attori compongono con i cubi/lettere il nome di Queneau. La regista ha, così, reso il giusto riconoscimento all’Autore.

Ultima, necessaria, notazione: la risata del pubblico è stata per tutto il tempo dello spettacolo, costante, sonora, sincera, ma di un riso intelligente e pungentemente catartico. E per questo ci sentiamo di dire -con grande piacere- “grazie” al Teatro.

Foto di Antonio Parrinello

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