Il secolo del padre: “Storia aperta” di Davide Orecchio (Bompiani)

«Ha giocato le proprie carte esistenziali alla ricerca di un padre mai trovato», con queste parole, pochi giorni fa, Michele Mari, membro del Comitato Scientifico del Premio Bergamo, ha presentato uno dei libri finalisti di quest’anno, Storia aperta di Davide Orecchio. La Storia narrata da Orecchio non è solo quella dell’Italia del Novecento ma è anche, e principalmente, la vicenda esistenziale di Pietro Migliorisi, eteronimo del padre dell’autore, Alfredo Orecchio, che fu giornalista di Paese Sera e a sua volta scrittore, sebbene non ricevette mai il dovuto riconoscimento. Di Alfredo Orecchio ci restano una quantità di scritti, fra cui diversi diari. Davide, storico di formazione, ha condotto lunghi e minuziosi studi su tali documenti, incuriosito dalle motivazioni che spinsero suo padre a compiere talune scelte, prima fra tutte quella di arruolarsi come volontario per la guerra d’Etiopia. Perennemente scisso, Migliorisi, e con lui Alfredo Orecchio, viene dapprima irretito dall’illusione degli ideali fascisti, per poi distaccarsene dopo aver attraversato gli orrori della guerra, e diventa militante del Pci, vivendone tuttavia anche i momenti più tragici e amari, a partire dalle vicende che videro protagoniste l’Ungheria e la Cecoslovacchia. Perennemente scisso, dicevamo, e doppiamente orfano: prima di Mussolini e poi di Togliatti. Da qui l’esatta osservazione di Mari, citata a inizio di questo articolo. Nel corso degli anni anche la militanza nel Pci finirà per amareggiare profondamente Migliorisi, che dovrà assistere alle trasformazioni che si produssero in tutta Europa nell’ultimo ventennio del Novecento e videro la caduta dell’Unione Sovietica e il crollo del Muro di Berlino. In Italia iniziò il dibattito che condusse il partito alla scelta di cambiare nome. Da ultimo non gli viene risparmiata la discesa in campo di Berlusconi e la conquista del potere da parte delle nuove destre. Nel frattempo si consuma anche la parabola intima e familiare di Migliorisi, che viene lasciato dalla moglie Michela, non disposta, stando a quanto dichiara nelle lettere che gli invia, ad accettare l’abbandono degli ideali fascisti da parte del marito, ma in realtà depositaria di un drammatico e indicibile segreto che verrà svelato solo alla fine della storia. Un episodio di cronaca nera, il “caso Montesi”, seguito da Migliorisi in veste di giornalista, diventa il paradigma di un Paese che stenta a chiudere con i fantasmi del proprio passato e porta alla ribalta la vita corrotta e gaudente di quell’aristocrazia “nera” che non aveva mai smesso di intessere rapporti e coltivare connivenze con gli alti apparati politici della capitale. «L’odore del regno», concluderà Migliorisi, è ancora «dappertutto», come dimostrerà anche il fallito golpe tentato da Julio Valerio Borghese nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970. Migliorisi è un personaggio che Davide Orecchio segue, e insegue, da molti anni. Orecchio, infatti, esordisce nel 2011 con la raccolta di racconti Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi 2011, il Saggiatore 2018). Una di queste sei biografie, che mescolano, com’è d’abitudine per l’autore, rigorosa documentazione e invenzione narrativa, si intitolava proprio Episodi della vita di Pietro Migliorisi (1915-2001). In quell’occasione Orecchio scriveva: «Ne racconterò frammenti, presto sarò all’altezza dell’Intero. Domani. Non ora. Aspettatemi». In appendice al libro si colloca una corposa sezione di Materiali, in cui sono elencati minuziosamente, le Fonti e gli Autori e opere che costituiscono la struttura portante del romanzo. Storia aperta è infatti una narrazione di fantasia avente però le fondamenta ben piantate nella veridicità storica. Ogni fatto narrato, ogni episodio, ogni evento è riconducibile a un testo preesistente: dai tanti e vari manoscritti lasciati da Alfredo Orecchio ad articoli di giornali, fino ad arrivare a un nutrito gruppo di autori il cui contributo, nell’economia del romanzo, viene minuziosamente resocontato. I nomi sono davvero tantissimi: Ennio Flaiano, Angelo Del Boca, Giorgio Amendola, Carlo Cassola, Pietro Ingrao, Franco Calamandrei, Giaime Pintor, Miriam Mafai, Luca Canali, Felice Chilanti, Carla Capponi, Ruggero Zangrandi e molti altri. Con Storia aperta Davide Orecchio prova, abbiamo detto, a ricostruire la storia paterna e, con essa, la storia dell’Italia del Novecento. Il risultato è il rendiconto di un doppio tradimento: quello del Secolo nei confronti degli ideali e delle speranze dei propri figli e quello dei figli nei confronti del Secolo che pure aveva lasciato intravedere dei possibili percorsi, per l’attuazione di tali ideali, che loro non hanno saputo percorrere fino in fondo. Fare i conti con la storia italiana del Novecento, per uno storico come Davide Orecchio, significa avere ben chiaro che il tentativo di comprensione è destinato a restato non esaustivo. Raccontare non vuol dire pretendere di esaurire il discorso. Per questo motivo non vi poteva essere migliore scelta stilistica di quella operata da Orecchio che in alcuni passaggi chiave opta per una prosa paratattica, spezzata, ripetitiva. Così da farci percepire, di questo Novecento, il respiro, gli affanni, le ascese e i crolli. Una volta chiuso il libro resta la consapevolezza di una storia davvero ancora aperta, un testimone che toccherà passare ai figli, con la certezza, però, che averla maneggiata con gli strumenti della letteratura le abbia conferito una prospettiva più vasta ed emozionante.

Davide Orecchio, Storia aperta, Bompiani, 2021, euro 22

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