Ispirazioni… vulcaniche: l’Etna nella letteratura mondiale

Sin dalle origini della letteratura gli autori hanno legato la loro ispirazione ad eventi o luoghi di particolare rilievo o maestosità, spesso per il timore e il senso di meraviglia che essi incutevano ma che provocano tutt’oggi nell’immaginario collettivo. Un posto di assoluto rilievo in questi cataloghi di grandiose fonti immaginative occupano i vulcani: antri segreti per antonomasia nel medioevo, spaventose anticamere degli Inferi per gli antichi greci e romani, luoghi di non ritorno sospesi tra morte, condanna e perdizione. Tra i primi ad utilizzare l’Etna come luogo di incontri straordinari e “mostruosi” fu naturalmente Omero che, nel Canto IX dell’Odissea, ambienta in una grotta nelle vicinanze l’espediente forse più famoso della letteratura, ovvero l’accecamento di Polifemo per mano di Ulisse e la conseguente “esplosione” d’ira del ciclope che scaglia grosse pietre contro l’eroe e i compagni in fuga verso la loro nave: la leggenda vuole che quelle enormi pietre laviche siano adesso nient’altro che i faraglioni davanti ad Aci Trezza, luogo per eccellenza delle novelle verghiane del ciclo dei Vinti. Anche Esiodo nella sua Teogonia descrive una terra che brucia di calore tremendo ed inesausto come una fornace ardente e sotto le sapienti mani di Efesto le sue frecce, forgiate col fuoco etneo, aiuteranno Zeus a far sprofondare il gigante Tifeo nelle profondità terrestri. Rimanendo nel mondo magnogreco, molte fonti adducono proprio alla bocca del Vulcano la tragica fine del filosofo Empedocle, studioso per eccellenza dei quattro elementi che il territorio etneo in sé compendia perfettamente quale simbolo supremo della vita e della trasformazione (acqua, aria, terra, fuoco), il quale – pare – vi si gettò senza indugio, lasciando nello sgomento alcuni suoi seguaci che videro restituirsi dall’antro infuocato un solo sandalo di bronzo (descrizioni poi riprese nell’800 anche dal poeta tedesco Hölderlin nell’opera teatrale Empedokles auf dem Aetna). E se ancora Pindaro, Eschilo e Tucidide in varie forme ne sottolinearono l’imponenza, è il mondo romano – che della tradizione greca così tanto si nutre – a decretarne la definitiva consacrazione letteraria. Proprio riprendendo come un filo d’Arianna le vicende ulissiche sulle sponde di Aci Trezza, il più grande poeta latino, ovvero Virgilio, ritorna per così dire sul luogo del (mancato) delitto – le spiagge dei Ciclopi – ambientandovi lo sbarco di Enea che, coi compagni al seguito, rifugiatosi in un bosco non lontano, assiste ad un’eruzione del vulcano. Risvegliatisi la mattina seguente vi incontrano Achemenide, compagno di Ulisse rimasto in Sicilia, il quale gli ricorda le atrocità del mostruoso Polifemo, che riappare improvvisamente brandendo come bastone un tronco di pino, costringendo così i troiani a dileguarsi in fretta riprendendo il mare. Il dettaglio apparentemente secondario dell’albero di pino (tipico peraltro della flora etnea in quota) si ripete in maniera ancor più fantasiosa nelle Metamorfosi di Ovidio, in particolare nell’episodio arcinoto del Libro V in cui si descrive il Ratto di Proserpina da parte di Plutone; la fanciulla viene poi cercata dalla madre Cerere che tiene in mano proprio due pini strappati e accesi col fuoco dell’Etna. Dopo un periodo di relativo offuscamento del mito etneo durato grossomodo dall’età imperiale al predominio arabo in Sicilia, improvvisamente con l’avvento dei Normanni esso ritorna in auge in maniera prepotente, poiché queste popolazioni nordiche impegnate nella reconquista dell’isola iniziano a diffondere versioni di leggende relative al ciclo di Re Artù, in particolare collocando la mitica corte di Avalon proprio all’interno dell’Etna, con un castello che vi sorgerebbe addirittura all’interno delle sue cavità piene di boschi, anfratti, gallerie labirintiche ed inaccessibili dove dimora anche la Fata Morgana e dove verrebbe pure custodito il Santo Graal. Ce ne parlano in tempi diversi ben tre autori di alta levatura nell’alveo della letteratura medievale: Goffredo di Monmouth, Maria di Francia e persino Chrétien de Troyes nel suo Erec ed Enide. E non è un caso che in queste zone venga collocata proprio la dimora di Morgana, responsabile di quello spettacolare effetto ottico, veicolato per la prima volta proprio dai Normanni, per cui giusto sull’areale del vicino Stretto di Messina si verificano particolari miraggi che fanno letteralmente (e letterariamente!) “vedere i castelli in aria”. Il motivo del mirage sarà poi proposto a più riprese fino al classicismo pre-romantico di Ippolito Pindemonte. Nel romanzo arturiano Iaufre si leggeva: «Io sono la fata di Gibel,/il castello in cui foste condotto/ha nome Gibaldar, e non credere/che al mondo un altro vi sia tanto ben fortificato/di mura, né orlato di tante torri». Il Gibel a cui si fa riferimento è proprio l’Etna, il Mons Gibel – che nel raddoppiamento della stessa etimologia latino-araba assume il significato di Monte dei Monti – insomma la montagna per eccellenza dell’antichità che, per questo motivo, necessita di conservare il suo posto di assoluta preminenza anche nella letteratura delle epoche successive. Con l’arrivo del Rinascimento qualche secolo dopo, ritornano con esso le ambientazioni classiche dei miti che portano con sé la perdita dell’aura di sortilegio di cui erano ammantate le storie di origine celtica. In questo contesto nasce l’operetta giovanile di un non ancora famoso Pietro Bembo, il De Aetna, un poemetto di poco rilievo, se non quello di essere stata la prima opera in latino edita da Aldo Manuzio a Venezia nel 1495, quindi più importante forse dal punto di vista della storia dell’editoria che di quella letteraria. Bembo ancora ventiduenne nel 1492 si trasferisce a Messina e l’anno successivo affronta per la prima volta la scalata alle sommità del vulcano, raccontandola poi in un dialogo a metà strada tra il Virgilio delle Georgiche e il Lucrezio del De rerum natura. E in età moderna cosa accade? Ci parleranno della maestosità dell’Etna soprattutto umanisti e scrittori in piena epoca da Grand Tour come Berenson (Viaggio in Sicilia) e Guy de Maupassant (La vie errante), ma più di tutti ce ne lascia un vivido ricordo Goethe, il quale descrive un’ascesa al vulcano non totalmente compiuta per via del maltempo, ma che successivamente nel suo Viaggio in Italia tra le altre meraviglie viste gli permise di dire: «l’Italia senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima: qui è la chiave di tutto». In epoca più recente tantissimi sono stati gli scrittori che a vario titolo si sono lasciati sedurre dal fascino ancestrale del grande vulcano: da Verga a Brancati, passando per il compianto Angelo Scandurra e il grande poeta dialettale etneo Santo Calì, il quale addirittura ne raccolse miti e leggende nel suo Leggendario dell’Etna e che del Mongibello ci ha lasciato anche questa magnifica descrizione dagli accenti molto emotivi: «Ahiahi lasciatemela/tutta per me questa Montagna aspra/che stanotte bramiva la sua rancura/eterna e sconfortata». Forse è proprio questo il messaggio ultimo che ‘a Muntagna o Iddu (come più spesso viene chiamato dai siciliani) vuole lasciarci: il senso di vuoto e solitudine non attengono esclusivamente ad uno stato di tristezza, ma talvolta possono anche rivelarsi momenti rappresentativi di un’altissima elevazione, in cui il tempo e lo spazio per un attimo si annullano permettendoci di raggiungere “vette” prima inimmaginabili di pensiero e conoscenza. Gli anglosassoni chiamano non a torto questa particolare capacità visionaria God’s Eye View e chissà che questo nascosto e introvabile occhio divino non sia proprio la fumante sommità dell’Etna, quell’antro in cui nacquero miti e leggende di Ciclopi figli sospesi tra la Terra (Gea) e del Cielo (Urano) così simili agli Dei?

Il breve saggio è tratto da “L’Ordine” (supplemento della Provincia di Como e Sondrio) del 19 giugno 2022.

Scenari ringrazia la redazione he ce lo ha gentilmente concesso

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