L’Italia del 1982: “Morti di sonno” di Davide Reviati

Campionato del Mondo di calcio giocato in Spagna dal 13 giugno all’11 luglio 1982. Finale di Madrid: Italia-Germania 3 a 1. Oggi che si rievoca tanto quella vittoria c’è un libro che mi sento assolutamente di consigliare per capire l’Italia di quella lontana estate di quarant’anni fa, un vero capolavoro della letteratura, disegnata o meno che essa sia: “Morti di sonno di Davide Reviati (Coconino Press, 2009, pp.350, euro 17), più volte ristampato. Innanzitutto la copertina: un ragazzo alla Goya con un pallone in mano vi occhieggia triste. Sfogliate poi il libro e dentro trovate lo sguardo illuminante del grottesco, tipico di certo espressionismo di area germanica. Osservate il cielo grigio che incombe più plumbeo del fumo che si innalza dalle ciminiere, i corpi e gli oggetti deformati dal segno caricaturale, con quei bianchi che illividiscono e quei neri che angosciano. Il reale sfuma a tratti nel fantastico, è il momento della metafisica. Il grigio è la cifra dominante nei disegni e nei cuori. Fate scorrere le pagine e trovate l’anima di “Morti di sonno. Malinconiche parole vi accompagnano con intensità e la storia cresce poco alla volta davanti ai vostri occhi, sempre più stupefatti per l’amara bellezza delle centinaia di tavole che compongono il romanzo di Davide Reviati, sintesi perfetta della sua pluriennale ricerca tra pittura, illustrazione e disegno. Leggete e guardate: “Per la prima volta la fabbrica entrò nelle nostre vite. Senza bussare. Pare stia lì da secoli,ma non sono neanche vent’anni che l’hanno inaugurato. Si può dire che ci siamo nati in grembo all’ANIC. E lui era lì ad aspettare il nostro primo respiro. Ansioso di abbracciarci. Ma quel giorno scoprimmo che questo nostro paradiso ha un prezzo. La paura.” All’ombra di uno dei luoghi più pericolosi d’Italia, cresce un gruppo di ragazzini. C’è una scena in “Deserto rosso (1964) di Michelangelo Antonioni quando Giuliana (Monica Vitti) passeggia davanti alle ciminiere del Petrolchimico di Ravenna con suo figlio. Di fronte al fumo di una di queste il bambino chiede alla madre: “Perché quel fumo è giallo?” “Perché c’è il veleno”, risponde lei. “Allora se un uccellino passa lì in mezzo, muore.”, afferma il piccolo. – “”, risponde Giuliana, “ma gli uccellini ormai lo sanno e non ci passano più. Andiamo.” Dieci anni dopo gli operai di quel petrolchimico ancora non sanno quel che avevano imparato gli animali. Non solo ci lavorano ma abitano con le famiglie sotto quei lunghi, puzzolenti e pericolosi camini.

L’ANIC, Azienda Nazionale Idrogenazione Idrocarburi, una delle industrie petrolchimiche più importanti d’Italia, venne fatta costruire da Enrico Mattei alla metà dei ’50 e con lei vennero edificate le case dei suoi lavoratori. Una piccola comunità, che aveva a disposizione piazza, chiesa, parchi, negozi e farmacia. Il modello erano i villaggi industriali che dalla fine dell’800 fino a metà del ‘900 costellarono l’Europa delle miniere, della siderurgia e del tessile, prima, e del chimico infine. I progetti urbanistici di Mattei – come quelli per dipendenti di Ravenna, Gela, Corte di Cadore o quello della sede centrale a S. Donato (Metanopoli) – dovevano essere il corollario sociale di quello sviluppo economico e culturale del paese di cui l’industria italiana sarebbe stata il perno. “Siamo fortunati ci ripetono, perché abbiamo una casa e i nostri padri hanno un lavoro sicuro.” Già, un lavoro sicuro. Ma allora quell’allarme che ogni tanto suona per le strade ad avvisare della fuoriuscita di gas tossici? Quel fiume ogni tanto più nero del solito? E poi i padri che ogni tanto si ammalano e muoiono? Sembra quasi di sentirlo l’acre odore delle sostanze chimiche liberarsi nel cielo ravennate, mentre i ragazzi giocano nel campetto con Rino, detto Koper per le orecchie come le antenne di Tele Capodistria, a raccontarci delle esplorazioni e delle partite di calcio (“che viene prima di tutto”) con i suoi compagni, i fratelli Lo Cicero (“che menano come fabbri”), Ermes (“che non ha rivali sulle palle alte”), Rolfo (“che Albertosi gli fa una pippa”), Iper (“uno stopper coi fiocchi”), Gino (detto Scartigno), Ivano (“che sembra Cruyff” ), Lario… Tra sogni e speranze, tra paure e famiglie in disgregazione, Reviati ripercorre sul filo della memoria, e senza nostalgia, la storia di un quartiere, metafora di un intero paese. Gente che arriva da ogni dove per lavorare, la solidarietà tra famiglie, la spensieratezza dell’infanzia, i malesseri dell’adolescenza, la consapevolezza crescente di vivere in un ambiente malsano, i repentini cambiamenti dell’industria, l’emarginazione sociale, la maturazione – “può succedere che un’estate lunga dieci anni finisca in mezzo minuto” – la tossicodipendenza. Le immagini si sposano meravigliosamente ad un testo scritto con tono dolente, a tratti poetico, che rende “Morti di sonno un imperdibile romanzo sulla fine dell’innocenza di una generazione cresciuta e maturata tra i ’70 e gli ’80, che va a chiudere simbolicamente la sua parabola, e quella dell’intero paese, con la vittoria dell’Italia ai mondiali del 1982.

Booktrailer per visualizzare le splendide immagini: https://youtu.be/0AiBArK22ps

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