Sogno di un valzer di Vitaliano Brancati

 

al Teatro Stabile di Catania,  per la regia di Cinzia Maccagnano , Con  Giovanni Carta, Rita Fuoco Solonia,  Giorgia Boscarino, Federico Fiorenza e Marta Cirello.

Adattamento Cinzia Maccagnano e Marta Cirello, scene e costumi Riccardo Cappello, luci Gaetano la Mela, fonico Luigi Leone.

 

“A dar retta a un sogno…”

 

Dopo aver dedicato un intero progetto alla riscoperta di racconti e romanzi di Leonardo Sciascia nella scorsa stagione, il teatro Stabile di Catania, quest’anno, sotto la direzione di Germano Piazza, ha puntato su un altro grande scrittore siciliano, purtroppo, quasi dimenticato ma altrettanto grande e innovativo, Vitaliano Brancati.  E’ stata programmata una trilogia che ha un merito sicuramente: quello di avere scelto testi poco noti e non tutti nati direttamente per il teatro.

Si tratta di due racconti, riletti e adattati per le scene, e una commedia, curati da registi di spessore, esperienza e originalità riconosciute.

Il primo racconto scelto è stato Sogno di un valzer, seguiranno Don Giovanni involontario, adattamento e regia Angelo Tosto, e In cerca di un sì , adattamento e regia di Nicola Alberto Orofino.

Alla Sala Futura, dal13 al 16 marzo è andato in scena Sogno di un valzer, tratto da un racconto che venne pubblicato nel 1938 su un giornale periodico. La regista che ha avuto questo, difficile, compito è stata Cinzia Maccagnano che ha riadattato il racconto insieme a Marta Cirello.

Il pubblico catanese ha potuto apprezzare recentemente le doti di interprete e regista di questa artista, per la sua partecipazione all’Amenanos festival, dove ha portato in scena la tragedia Antigone, rivestendo lei stessa i panni di Creonte, in una magnifica e problematica interpretazione.

Adesso, in questa occasione, ha esplorato un terreno diverso, certamente più moderno, a metà tra il teatro dell’assurdo e il grottesco.

Con queste parole ha spiegato come è entrata nel messaggio che Brancati ha affidato a Sogno di un valzer: “Sogno e valzer sono due parole che contengono in sé un’idea di leggerezza. Ma il sogno indica sia il desiderio che l’onirico, cioè aspira all’alto e si radica nel profondo. Il valzer, di contro, simboleggia il vorticare, girare intorno, sopra le cose, e può far girar la testa, fino a perderla. Ecco queste due parole sono il motivo che permea tutto lo spettacolo“.

Vitaliano Brancati nasce a Pachino nel 1907 e vive tutta la giovinezza in Sicilia; è dannunziano in letteratura e fascista convinto in politica. Le sue certezze vanno in crisi nel 1933 quando, a Roma, entra davvero in contatto con gli intellettuali che contano e comincia la disillusione che lo porta, in poco tempo, a diventare antidannunziano, liberale, scettico e disincantato.

La genesi del racconto di Sogno di un valzer si colloca in questo periodo, in una fase di critica all’ideologia massificante del regime e di cinica visione dell’umanità, fase che si completerà in un’altra dimensione narrativa a partire dal romanzo Il Bell’Antonio, del 1949.

Ed esattamente di questa dimensione surreale si è servita la regista per definire il suo Sogno di un valzer, uno spettacolo che evoca suggestioni a metà tra l’insegnamento di Pirandello e la forza allegorica di Gogol (tanto amato da Brancati).  Il divertimento farsesco deriva dal grottesco in cui sono immersi tutti i personaggi in scena che la Maccagnano fa muovere e recitare come fantocci (immediatamente la mente va ai Giganti della montagna), che, contemporaneamente, si fanno carico di un moralismo pungente e satirico: sono tutto insieme, tipi, pupazzi e creature, qualcuno più patetico, qualcuno più credibile, qualcuno più comico. Attorno a loro l’affresco di una piccola provincia della Sicilia, Nissa, Caltanissetta, forse, come la Nataca-Catania del romanzo Gli anni perduti,  dove l’attesa di un evento si fa concreta aspettativa di vita,  epifania e nostalgia di un passato dal quale emergono solitudini e traumi che si trasformano in desiderio di rivalsa economica e sociale e di vendetta. Tra esoterismo e psicanalisi il clima è quello di un relativismo gnoseologico che scardina certezze ma può generare equivoci. Da un grosso equivoco, generato da un sogno, il desiderio di giustizia si farà vendetta su chi, però, non era colpevole.

Fraintendimenti, mistificazioni della realtà, scontro sociale. Sono tutti i temi di Brancati della prima stagione che questo spettacolo ha saputo colorire sul palcoscenico della Sala Verga anche grazie a un cast di attori particolarmente in vena. Due protagonisti, speculari e complementari, credibili nella stralunata chiave di interpretazione enfatizzata dalla regia: Giovanni Carta, nel ruolo di Ottavio Carruba, cui viene affidato il compito di organizzare il valzer (“Ci vuole un ballo” ripete come un mantra risolutorio di tutto), abilissimo nel costruire un personaggio poetico nella fragilità di chi vuole darsi un tono di importanza, ma morirà vittima del fraintendimento. Rita Fuoco Solonia nel ruolo di Giovanni La Pergola, emarginato nella miseria di un modesto fruttivendolo, ossessionato dai problemi familiari ed economici, ha impresso sul personaggio la forza drammatica di una caricatura che, a tratti, diventa sincera umanità, autentico dolore, terribile desiderio di riscatto. Insieme a loro Giorgia Boscarino, Federico Fiorenza e Marta Ciriello, tutti impegnati in doppi o tripli ruoli, interagiscono come altrettanti fantocci dalle movenze esasperate, dai toni vocali finti, con studiata maestria.  Ben congegnate per fare da cornice all’azione, quasi a completare la struttura onirica degli eventi, organizzati in quadri scenici, la scenografia e i costumi curati da Riccardo Cappello e le luci che seguono i movimenti, accompagnano i passaggi, sottolineano i dialoghi di Gaetano la Mela (particolarmente suggestiva la scena della declamazione delle dottrine filosofiche dell’Essere come una pantomima appena illuminata).

Tutta la complessità di un genio siciliano è stata restituita in questo spettacolo ambizioso.

Foto Antonio Parrinello

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