“Storia di una capinera” allo Stabile di Catania

Ecco perché l’ho intitolata Storia di una capinera…”

Avevo visto una capinera chiusa in gabbia: era timida, triste, malaticcia ci guardava con occhio spaventato (…) ma non osava ribellarsi, non osava tentare di rompere il fil di ferro che la teneva carcerata, la povera prigioniera. (…)

Dopo due giorni chinò la testa, sotto l’ala e l’indomani fu trovata stecchita nella sua prigione.” In questa prefazione, Giovanni Verga -il grande scrittore catanese del quale ricorre proprio in questi giorni il centenario dalla morte (avvenuta il 27 gennaio 1922) – spiegava ai suoi lettori l’ispirazione che lo aveva portato a raccontare la triste storia di Maria, attraverso la metafora della capinera. Il romanzo, pubblicato nel 1871, quando il Nostro viveva a Firenze, segna il momento della svolta verghiana da una matrice tardo romantica alla quale aveva aderito in età giovanile – con romanzi come Eva, Tigre reale, Sulle lagune, I Carbonari della montagna – a quella che sarà poi la sua più profonda cifra narrativa, quella verista, ed ebbe un tale successo di pubblico da vendere circa ventimila copie in poco più di vent’anni.

La protagonista, Maria, è una giovane donna destinata alla monacazione forzata come tanti giovani del tempo che venivano costretti a prendere i voti secondo la legge “del maggiorascato” – come la celebre Gertrude di Manzoni e come racconterà anche l’erede di Verga, De Roberto, nel suo capolavoro I Vicerè – perché lei primogenita di un padre debole e orfana di madre, non ha diritto alla dote che spetta solo alla sorella, figlia di secondo letto del padre. Durante l’epidemia di colera che si abbatté su Catania, Maria e la sua famiglia si rifugiano alle pendici dell’Etna, a Monte Ilice per sfuggire al contagio. Da qui comincia un racconto che prende la forma epistolare per narrare la scoperta del mondo di questa ragazza che era vissuta sempre e soltanto in collegio e adesso scopre la natura, il mondo, gli amici e… l’amore. Storia di una capinera è, fra tutte le opere di Verga, quella più carica di emozioni, quella in cui l’autore dimostra di saper parlare d’amore, di conoscerne le inquietudini e gli effetti nel profondo come non farà mai più negli altri romanzi e novelle. Per rendere omaggio a Verga, per ricordare la drammatica vicenda di Maria, il Teatro Stabile di Catania ha messo in scena negli ultimi giorni di gennaio, una trasposizione teatrale del romanzo affidato alla rilettura di Rosario Minardi per la regia di Valentina Ferrante e Micaela De Grandi (una produzione Teatro Stabile e Banned Theatre).

In scena cinque attori, la stessa Valentina Ferrante, nel ruolo della protagonista, Giovanna Criscuolo, Micaela De Grandi, Federico Fiorenza, Massimiliano Geraci. La scelta della regia ha portato alla costruzione di una scena scarna, arricchita solo da elementi simbolici; uno su tutti un lenzuolo bianco al centro della scena che rappresenta la casa di Maria, il letto degli sposi nella prima notte di nozze, la gabbia che vincola la ragazza, la sua camicia di forza, il suo letto di morte, le ali spezzate che la protagonista indossa per cercare di volare via, oltre la sua gabbia. Gli stessi attori, coi loro movimenti e pochi oggetti di scena evocano l’ambiente della vicenda e realizzano anche effetti sonori di forte intensità con l’uso di strumenti rudimentali e le loro voci che cantano, a cappella, canti popolari dell’800 del musicista catanese Paolo Frontini. La voce narrante che lega i quadri scenici è affidata a Massimiliano Geraci. Uno spettacolo “asciutto”, senza nessun effetto melodrammatico, ma non per questo freddo, anzi. Alcuni momenti sorprendono per l’originalità delle trovate sceniche, come il terribile dialogo tra Maria e Agata, la suora che, come lei, era stata rinchiusa in convento e aveva dovuto rinunciare al suo amore, rinuncia che l’aveva portata, lentamente, a una follia che conoscerà anche Maria. Le due attrici, Valentina Ferrante e Giovanna Criscuolo (che riveste anche i panni della matrigna) dialogano con un ritmo serrato, scandito da un accompagnamento sonoro, stringendo una fune nera di elastico con la quale si legano e si divincolano a vicenda, con un effetto psichedelico di grande impatto, quasi fisico, sul pubblico. Brave, in tutta la pièce, come anche gli altri attori, ma qui davvero grandi; davvero inquietante la Criscuolo nella scena della follia. Sicuramente un omaggio a Verga che parla a noi che a cento anni di distanza ci ritroviamo a vivere una pandemia e, anche se in altre forme, pratichiamo ancora discriminazioni sulle donne e su tutti i deboli.

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