Bicentenario César Franck: a Palermo, in prima assoluta, la Corale n.1 nella trascrizione di Matteo Helfer

Nel bicentenario della nascita di César Franck, i prossimi 4 e 5 febbraio al Teatro Politeama Palermo, l’Orchestra Sinfonica Siciliana, diretta da Marcello Mottadelli, con Uto Ughi al violino eseguirà un interessantissimo programma che comprende, oltre al Concerto n. 1 in sol min. per Violino e orchestra op. 26 di Bruch e la sinfonia in re minore di Frank, la prima esecuzione assoluta della Corale n. 1 in Mi magg. di César Franck nella trascrizione per orchestra del Maestro Matteo Helfer di cui accogliamo più che volentieri le note sulla trascrizione.

 

Frank: le Tre Corali per organo

di Matteo Helfer

Il grande organo Cavaillé-Coll di Sainte Clotilde non era solo lo strumento su cui Franck esercitava il proprio ufficio di organista da chiesa, ma anche il modello cui far riferimento per tutte le sue composizioni a tal strumento destinate.  Ciò significa che egli non scriveva per organo, ma per quell’organo, quello strumento cioè su cui plasmava il suo pensiero musicale, rendendolo di fatto il mezzo perfetto per esprimere il proprio ideale estetico. Non che questi lavori non potessero essere poi eseguiti su altri strumenti, soprattutto se dello stesso costruttore, ma che comunque a quello, ai suoi registri ed al suo colore erano indissolubilmente legati. Aristide Cavaillé-Coll era un genio nel suo campo, ed i suoi strumenti ancora oggi costituiscono una pietra di paragone, un riferimento per tutti gli altri costruttori, per  l’innovazione, la filosofia e la personalità che li contraddistinguono. Sono quasi tutti strumenti di stampo cosiddetto sinfonico, vale a dire progettati per riprodurre l’idea dell’orchestra, in termini di colori e sfumature, adottando registri che richiamino il più possibile gli strumenti orchestrali, legni ed ottoni in primis, (ma anche, attraverso i cosiddetti registri violeggianti, gli archi,) e dotati inoltre di soluzioni tecniche finalizzate al superamento dei limiti espressivi intrinsechi fino ad allora, dello strumento. Scrivere per organo dunque, certo, ma con in testa l’idea dell’orchestra. Da questo punto di vista i Tre Corali non rappresentano  una novità per Franck, l’eloquente titolo di una sua composizione precedente, la Grande Pièce Symphonique fuga ogni dubbio sull’argomento, e non ci riferiamo soltanto alla forma. Ed il grande gesto tipico della scrittura orchestrale del caro amico Liszt e soprattutto di Wagner di certo non lo avevano lasciato indifferente. A questo punto sorge una lecita domanda: che senso avrebbe imitare con l’orchestra l’organo che a sua volta la imitava? Paradosso che sancirebbe senza dubbio l’inutilità  dell’operazione. E’ invece nel desiderio di superare i limiti imposti da un seppur perfezionato strumento, di disvelare i tanti dettagli che rimangono intrappolati tra le maglie del denso tessuto musicale, che va ricercato il fine della trascrizione, liberando l’immenso potenziale espressivo  e restituendo in termini di trasparenza e di chiarezza della forma e della sostanza – inseparabili in musica – una versione compiuta ed esaustiva dell’idea originale. I Tre Corali, ultima opera di Franck, ne costituiscono il testamento spirituale e l’apice del pensiero musicale. Furono scritti di getto in rapida successione nell’estate del ‘90 condividendo tra loro l’impianto architettonico. Per tali ragioni andrebbero considerati come un unico lavoro e come tale, anche eseguiti. Presentano tutti due temi principali, il secondo dei quali è il corale vero e proprio, introdotto dopo un elaborato preambolo per enfatizzarne l’entrata. A differenza di altre forme  bitematiche, qui i due temi sono nella tonalità d’impianto. Nel II e III Corale questi sono combinabili tra loro ed appaiono contemporaneamente nella parte finale dei brani, nel I invece un nuovo spunto tematico viene  introdotto nello sviluppo e con esso il tema del Corale si combina, in contrappunto doppio, all’interno della sezione. In tutti e tre i brani si ha la riproposizione dei temi principali in fortissimo nel finale, nel III questi sono nuovamente combinati. Nonostante l’abbondanza di idee e la complessità del linguaggio, un forte senso di unità  pervade l’intera opera, ulteriore testimonianza della grande maturità raggiunta dal compositore nell’ultima fase della propria esistenza e della sua profonda forza ed onestà intellettuale. La scelta dell’organico per la trascrizione è caduta sul tipico modello coi legni a tre, con l’aggiunta di alcuni strumenti particolari quali il sassofono, la glass armonica ed il theremin. Sono stati impiegati anche l’harmonium ed il pianoforte. Per quanto riguarda il sassofono, non è stata la comune terra natia di Franck e di Sax, a suggerirne l’impiego, ne’ vi sono riferimenti al famoso assolo nel “Vecchio Castello”, – per pura coincidenza anche quello del ‘22 – ma è la versatilità del suo timbro, a volte suadente  e ad altre potente e disperato che lo rendono una preziosa risorsa tanto  come solo che come rinforzo. Gli verranno affidati ruoli importanti in tutti e tre i brani. La glass armonica serviva a ricreare un suono non materico, privo di massa come la luce, che in qualche modo richiamasse l’idea di spiritualità affidata al tema del corale nel primo dei tre brani. Una luce fioca, come la dinamica in pianissimo richiesta, ma sufficiente a non far passare inosservata l’entrata richiamando anzi su di essa l’attenzione, grazie al suono inusuale e misterioso dello strumento. Il medesimo richiamo all’idea della luce si riproporrà nel finale, ma con ben altra intensità dinamica, quando lo stesso tema riproposto a tutta forza come prescritto da Franck, brillerà di una luce abbagliante come una supernova che conclude con glorioso  bagliore la propria esistenza. A ben vedere, un certo riferimento alla forma sonata beethoveniana si potrebbe in effetti ravvisare… Per evocare un’atmosfera altrettanto leggera ed immateriale, nella chiusa della prima grande sezione del II Corale, e nel finale, è stato impiegato il theremin, strumento dal timbro evocativo e misterioso, dall’idea vagamente sovrannaturale, che ben si integra nel rarefatto tessuto filato dagli archi che pare voglia disperdersi nell’universo. Il passaggio potrebbe essere affidato anche al “cugino” Ondes Martenot, ma in fin dei conti l’immagine di uno strumento che suona senza apparente interazione fisica coll’esecutore, contribuisce a rendere più suggestivo il passaggio, accentuandone l’idea di misticismo e rafforzandone il senso di trascendenza e di mistero. Il pianoforte è stato inserito nell’organico per sottolineare il vigoroso impulso ritmico che si ricava semplicemente evidenziando alcuni elementi verticali del tema iniziale del III Corale, soprattutto per il colore metallico dei bassi e l’effetto percussivo nei fortissimo. Non ne mancherà comunque un impiego delicato e di colore più avanti nel brano. L’harmonium, infine, è una citazione, un omaggio all’altro lavoro che Franck scrisse parallelamente ai Corali, rimasto incompiuto a causa del sopraggiungere della sua morte: L’organiste. Una collezione di brani che, a differenza di quanto si possa dedurre dal titolo, sono destinati all’ harmonium, strumento molto amato dal Compositore e per il quale aveva scritto con la consueta serietà e passione.  Pur nella differenza (un pò snob, per vero) di lignaggio tra i due strumenti cui i due lavori sono destinati, costituiscono entrambi il testamento spirituale di Franck, e rappresentano senza dubbio alcuno la massima evoluzione e maturità della sua arte. All’ harmonium è affidato un solo periodo, ripetuto in due diverse sezioni del III Corale, ma è un momento di grande poesia, in cui il suono, che ricorda vagamente quello della fisarmonica, evoca perfino certe atmosfere e certi colori un poco malinconici delle fredde e nebbiose serate parigine. Le simmetrie sono tra gli oggetti principalmente ricercati e considerati in questa orchestrazione. L’utilizzo del colore per definire la forma dell’elemento architettonico ed evidenziare la presenza contestuale di un altro simile è in cima alla lista delle priorità. L’intento non è di frammentare il disegno, ma di indirizzare l’attenzione su di un particolare piuttosto che un altro, su quel particolare che appena sentito verrà riproposto subito dopo nella stessa o in un ‘altra voce, a questo  o a quell’ intervallo, e che magari se non evidenziato potrebbe sfuggire all’ascolto. Che si tratti di un periodo, di una frase, od un più  breve gesto melodico, laddove ripetuto od imitato, avrà un colore diverso da quello che lo seguirà. Di certo non un ‘ invenzione, ma sicuramente una costante l’impiego del crossfade, della dissolvenza incrociata cioè, tra un timbro ed un altro. Crea una sorta di caleidoscopio sonoro, che richiama in un certo senso l’effetto del  cromatismo e la fluidità delle continue modulazioni. Esiste una sorta di organica plasticità nella scrittura franckiana, che plasma le belle melodie e che gestisce con efficacia e naturalezza i moti dell’armonia, anche in presenza delle impegnative sequenze di tonalità lontane, frequenti nei tre brani, e che sono spesso causate dalla predilezione per la relazione di terza, largamente impiegata da Franck ed anch’essa caratteristica del suo pensiero musicale. L’orchestrazione cerca di obbedire allo stesso principio di plasticità: niente scossoni, niente brusche manovre, solo un continuo divenire, privilegiando la dimensione orizzontale e stando alla larga da certe asperità intervallari. Nonostante non ci sia stata alcuna intenzione di parafrasare il lavoro, ci si è concessa talvolta qualche licenza nell’ aggiungere un pedale od un  canone, scoperto qua e là tra i vari strati del tessuto musicale. Mi si permetta, infine, un ricordo di carattere personale: quando ero ancora studente chiesi ad un mio più anziano compagno – non avendoli ancora mai studiati – come fossero i Tre Corali e quello mi rispose testualmente: “C’è molta musica!”. Sono passati tanti anni da quel giorno, ma quella definizione mi sembra ancora quanto mai appropriata, e quella stessa musica oggi, nel 200mo anniversario della nascita di Franck, siamo lieti di condividere, con la speranza che questo lavoro di orchestrazione possa offrire il suo modesto contributo a rafforzarne la conoscenza e la diffusione.

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