Bach secondo Zappalà: “Rifare Bach” al Teatro Bellini di Catania

Oh, straziante, meravigliosa bellezza del creato

P. P. Pasolini

«Per credere in Dio – diceva Gianfranco Ravasi – basta ascoltare Bach».

Una intuizione del genere deve aver dato vita a «Rifare Bach», lo spettacolo della Compagnia Zappalà Danza in scena sul palcoscenico del Teatro Bellini di Catania. Già il sottotitolo – «La naturale bellezza del creato» (dal pasoliniano «Cosa sono le nuvole?») – è più che una dichiarazione di poetica del coreografo e regista Roberto Zappalà: è una filosofia di vita, un modo di guardare ciò che ci circonda con una purezza tanto inimmaginabile quanto inattuale: religiosa a suo modo. Un magnifico ritorno alla Natura come fonte di ispirazione: e perciò resiste, nostalgicamente in questa nuova creatura di Roberto Zappalà, un’anima diremo leopardiana nell’elaborazione e nella prassi scenica di questa coreografia. Dal Caos informe – urla, suoni gutturali, versi animaleschi, quasi una bolgia dantesca in cui i danzatori sembrano privi di ogni ratio verbale ed estetica: i corpi disarticolati, i movimenti sghembi, sussultori, privi ancora di ogni grazia – alle improvvise e folgoranti note della Toccata e fuga in re minore di Bach, in cui bellezza, armonia, equilibrio diventano pura luce di movimento e di suono: Corpo come Natura; Natura come Corpo. Già: cos’era il mondo prima della musica? Com’era il mondo prima della musica? E prima di Bach? L’ensamble non danza la musica: si lascia piuttosto invadere. E’ anche attraverso quei corpi – definiti nella loro semplice perfezione dai coloratissimi costumi di ciniglia (di Veronica Cornacchini e dello stesso Zappalà) – che Bach si dispiega attraverso la danza e viceversa, in una mutua, infinita consonanza nella quale anche i silenzi e le pause giocano un ruolo decisivo. Questa volta il coreografo catanese ha lavorato per rarefazione, sottraendo, lasciandosi guidare dalle note di Bach e dal suo ordo: sogno, visione, estasi ma nello stesso tempo controllo rigoroso dei movimenti e dei tempi, delle accelerazioni e delle pause. Dentro il lucore pluviale della notte dei tempi o nello splendore essenziale di una sonata per clavicembalo, di una passacaglia, gli assoli, i duetti i trii e il collettivo – Corinne Cilia, Aya Degani, Filippo Domini, Anna Forzutti, Gaia Occhipinti, Delphina Parenti, Silvia Rossi, Joel Walsham, Valeria Zampardi, Erik Zarcone – si definiscono in una sorta di retablo perfetto del mondo e delle creature che lo abitano «presenti in modo unitario – scrive nelle note – nel rispetto delle singole differenze».

Dopo la riflessione su Beethoven e la sua «Nona», le suggestioni della musica scavano in Roberto Zappalà un bisogno irrefrenabile ma più radicale, più ontologico opponendo alla solennità fragorosa e potente di quello spettacolo questo «Rifare Bach»: una misuratissima meditazione attraverso la quale uscire da un luogo indeterminato dell’anima assorbendo tutti i rumori e i suoni del mondo per distillarli – grazie alla musica di Bach – in meraviglia. E se – ricordava Stravinsky – il fenomeno della musica «ci è dato solo allo scopo di stabilire un ordine nelle cose e soprattutto tra l’uomo e il tempo» questo «Rifare Bach», la sua abissale allegoria del creato, si colora allora di toni ulteriori, post-umani: «poiché – scriveva San Paolo – bisogna che questo [corpo] corruttibile rivesta incorruttibilità e che questo mortale rivesta immortalità.»

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