“Così è (se vi pare)” allo Stabile di Catania

“io sono colei che mi si crede”

Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello, regia Luca De Fusco, scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta, luci di Gigi Saccomandi, scelta musicale Gianni Garrera.

Personaggi e interpreti

Lamberto Laudisi Eros Pagni

Signora Frola Anita Bartolucci

Il Signor Ponza Giacinto Palmarini

Il Consigliere Agazzi  Paolo Serra

La Signora Amalia Lara Sansone

Dina, loro figlia Giovanna Mangiù

La Signora Sirelli Valeria Contadino

Il Signor Sirelli Domenico Bravo

Ha preso il via con Così è (se vi pare) la stagione del Teatro Stabile di Catania diretto da Luca De Fusco che firma due regie, sempre di opere pirandelliane, nel corso della stagione (la prossima sarà Come tu mi vuoi).  De Fusco riprende qui, per la terza volta la collaborazione con Eros Pagni, uno degli ultimi grandi istrioni del Teatro italiano, che sarà Laudisi, il personaggio cardine della pièce.  Coprodotto dal Teatro Stabile di Catania, dal Teatro Biondo di Palermo, dalla Compagnia La Pirandelliana e dal Teatro Sannazaro di Napoli, l’allestimento si ispira all’interpretazione che ne diede Giorgio De Lullo nel 1972, incentrato sull’idea  del teatro di Pirandello inteso  come processo. Quando nel 1918 Luigi Pirandello pubblica la novella intitolata La signora Frola e il signor Ponza -da cui poi sarà tratta l’opera teatrale Così è (se vi pare)-, si era, probabilmente, ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto, così come spesso gli capitava di fare. La realtà con tutti i suoi drammi lo affascinava, ma di più lo turbava per l’impossibilità di comprenderla fino in fondo, di poterla definire e comunicare con parole umane che si servono di categorie conoscitive non adattabili ad un’entità fluida e in perpetuo cambiamento come l’uomo. Il relativismo gnoseologico del Primo Novecento è la cifra di narrazione con cui procede sempre l’indagine che Pirandello porta avanti con le sue opere, teatrali e narrative. Dentro i titoli che l’autore sceglie c’è già sintetizzata tutta la sua dichiarazione di resa verso la ricerca della verità. In questo caso la dichiarazione presente nel titolo ci svela esattamente quel forte contrasto che Pirandello avvertì già nei suoi primi cimenti letterari tra la visione deterministica della letteratura naturalista e il turbamento pessimistico che avvertiva un intellettuale come lui e come tanti. Così è è un’affermazione che ha la pretesa di definire in maniera inequivocabile il dato. Come le scienze esatte sostengono di fare. Ma Pirandello, che era nato nella terra di Gorgia, sa bene che il metodo delle scienze esatte non funziona se si parla della realtà dell’uomo. Per questo aggiunge tra parentesi qualcosa che nega l’assioma di partenza: se vi pare. La commedia (non è mai facile definire la natura precisa delle opere teatrali di Pirandello) è ambientata in un salotto che rappresenta quella che l’autore chiamava “la camera della tortura”. Tutte le scene si svolgono nel salotto del consigliere della città, attorno al quale ruotano i pettegolezzi dei cittadini che vogliono a tutti i costi sapere la vera identità di una donna, da poco arrivata con un uomo che tutti credono essere il marito e una donna anziana che tutti credono la madre. Il Signor Ponza e la Signora Frola, appunto. La struttura della pièce è quella di una quête, un’indagine conoscitiva che viene commentata da uno dei personaggi più significativi del teatro del Siciliano: Lamberto Laudisi. Un commentatore ironico, dissacratorio, filosofo e provocatore; un sofista che mette tutto in discussione. Lo stesso autore che si è ritagliato un cantuccio umoristico sulla scena. Alla ricerca di un documento che possa definitivamente affermare una certezza concreta, una dimostrazione, uno svelamento, tutti si interessano per recuperare un atto (di matrimonio, di morte…) che risolva ogni dubbio. Ma il documento non si trova, la natura ha cancellato l’identità, il terremoto ha distrutto tutto. Le caselle, gli schemi, le strutture che fissano l’essere dell’uomo non ci sono più. Ludovisi, dal cantuccio in disparte, commenta “Ed ecco signori scoperta la verità” Il finale disegnato, ancora una volta, come un’opera aperta, crea una forte aspettativa nella confessione strappata a questa donna del mistero e lei risponde, affiancandosi alla lunga schiera dei Vitangelo Moscarda, dei Mattia Pascal, dei Ciampa, degli Enrico IV.., “io per me sono colei che mi si crede”. In questa messa in scena, alla quale abbiamo assistito con la gioia di vedere una sala completamente piena, la “stanza della tortura” è disegnata come uno spazio scenico a metà tra il cortile di un palazzo con corridoi e finestroni e uno studio di registrazione (essenziale la scenografia curata da Marta Crisolini Malatesta). Questa seconda ipotesi ci sembra quella più suggestiva perché viene anche confermata dal microfono davanti al quale i due “indagati” prima, e la moglie/figlia dopo, sono chiamati a dare la loro testimonianza; microfono che ne distorce la voce, proprio a voler ricordare l’idea fondamentale in Pirandello che la vita sia rappresentazione, maschera. Una maschera che De Fusco ha voluto mettere alla voce creando un effetto straniante ma anche perturbante. Per il resto il regista ha evitato il grottesco (forse ancora un po’ presente nella decisa caratterizzazione dei personaggi della Signora Amalia e della Signora Sirelli rispettivamente interpretate da Lara Sansone –che il pubblico catanese ha ammirato la scorsa stagione nei panni di Mirandolina- e Valeria Contadino), costruendo una regia asciutta, lineare, ma di grande effetto così come Pirandello aveva fatto. De Fusco ha dimostrato competenza e rispetto, personalità nel saper leggere questa parola e mettendo al centro i personaggi tutti, ma soprattutto Laudisi, come soggetto/oggetto della analisi interiore. A sottolineare alcuni passaggi decisivi gli inserti musicali ad opera di Gianni Garrera. Il cast parte dal gruppo già protagonista dell’edizione dei Sei personaggi diretta da De Fusco, ripresa dalla Rai e acclamata in tutto il mondo, con Eros Pagni, Anita Bartolucci, Giacinto Palmarini, Lara Sansone, Paolo Serra, che qui si affiancano in una miscela sapiente con gli attori spiccatamente pirandelliani dello stile siciliano. Eros Pagni, ironico e suadente, si muove (poco in realtà) dentro un ruolo che conosce bene e che fa suo, giocando con il suo doppio, sorridendo sui comportamenti umani, commentando ogni tentativo di soluzione finale all’enigma con una filosofia saggia, ma non saccente. La sua voce è modulata su queste corde, spinge il pubblico a sorridere e riflettere, con amarezza. Tragici nella loro “pazzia”, di forte impatto emotivo Anita Bertolucci nel ruolo della donna anziana, triste, sola, costretta a difendersi e a dichiararsi, e Giacinto Palmarini, nel ruolo di un Signor Ponza impaziente, agitato, preoccupato e, anch’egli, vittima di un sistema più grande di lui, della necessità della forma che il caso della vita gli ha strappato via. Tra gli attori siciliani, più di tutto ci ha colpito Irene Tetto nel doppio ruolo della Signora Cini prima, e della moglie/figlia nel finale. Dapprima costruisce una macchietta esilarante ma mai eccessiva, frutto del lungo lavoro che la Tetto ha fatto in questi anni e che l’ha portata a crescere come attrice dalla forte e originale personalità, confermata nel parte, piccolissima ma determinante perché definitiva, del finale. La voce stravolta dal microfono, con un eco da oltretomba, la donna del mistero dichiara il suo essere, non essere. Lo spettacolo sarà in replica alla sala Verga fino al 13 novembre.

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