“Il cortile” surreale di Scimone e Sframeli al Centro Zō di Catania

“Il cortile”, l’omonimo atto unico di Spiro Scimone – che lo ha interpretato insieme a Francesco Sframeli e Gianluca Cesali, con la direzione di Valerio Binasco al Centro nell’ultimo appuntamento della rassegna AltreScene – è forse un nascondiglio, una tana. Sulla scena appare come un luogo cadente e lercio: immondezzaio o cantiere, di quelli perenni che insistono dalle nostre parti, immerso in un pattume metropolitano. Qui Peppe e Tano tentano di trascinare le loro vite. Il primo immerso dentro un loop di ricordi personali, offeso da un topo che gli rosicchia un piede, l’altro a controllare e sovrintendere all’essenziale racchiuso dentro un enorme saccone nero. Entrambi accomunati dai bisogni elementari, da un livello minimo di sopravvivenza intramata di sbotti ilari e di piccole, reciproche ripicche, ma anche di umanissime preoccupazioni. Sono amici? Semplici conoscenti? Da quanto tempo si trovano in quel cortile? A loro, emerso improvviso dal buio, si aggiunge il terzo, un altro reietto.

foto di Marco Caselli Nirmal

E’ un disoccupato, un assente, “uno che fa solo pena” (ricorda il signor X de “La busta”, ridotto ad una condizione quasi animalesca) ma che i due si preoccupano di accudire e sfamare in qualche modo. I tre dipendono dal “cortile”, che assurge anche a spazio di svuotamento e di arbitrio assoluto, di luogo in cui ad accadere sono solo i dialoghi, che si succedono secchi come colpi di frusta. Le espressioni reiterate ricamano un linguaggio (non più il dialetto) prima allusivo ma che in seguito si carica anche di una oscura tensione, per poi tacersi: le lunghe pause a accelerare un climax crudele in cui vige il sentimento del contrario e una violenza sottesa. E’ più che evidente la stimmung beckettiana anche in questo lavoro della coppia Sframeli-Scimone e dalla quale fluisce un’ironia paradossale, una dialettica impossibile, scandite dalla continua opposizione luce/buio. Fuori di metafora, “Il cortile” – che addita a Kafka coniugando Beckett, Pirandello e Ionesco – è una durissima lectio, tanto breve quanto brutale, non solo sull’umanità degli emarginati e degli ultimi ma sulla ferocia della nostra società, inflessibile nel relegare in un non-luogo sempre meno inclusivo coloro che non vuole riconoscere. Nella drammaturgia di Sframeli e Scimone continuano ad agitarsi alcuni elementi comuni: lo squallore del reale, le pose quasi ieratiche, quasi fermo-immagini che li restituiscono immobili a se stessi, ai loro mondi interiori: molte delle vicende sembrano svolgersi altrove; la realtà è infatti percepita solo da riferimenti aleatori allusivi, così come il futuro enigmatico è avvertibile sia come speranza ma anche come “ruina”, capitolazione. Nell’attesa di ciò che non potrà mai accadere per loro, la tensione assai concentrata di questo piccolo mondo apre però fenditure ilari, veri e propri mini-sketch, perché quel mondo ferino e crudele, umano e meraviglioso è forse proprio il Teatro stesso.

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