Stregati dalla luna a Zō per AltreScene. Pietro Montandon unico mattatore

Ma sola

ha questa luna in ciel, che da nessuno

cader fu vista mai se non in sogno.

Leopardi

CATANIA. Cuntu, affabulazione, sogno di sogno, sbotto d’anima e parole, retablo di sentimenti, visione e sortilegio, tragedia e vastasata. La «Lunaria» di Vincenzo Consolo (prodotto da Lunaria Teatro di Genova) che la performance straordinaria di Pietro Montandon, uno e multiplo, ci restituisce sul palco di Zō Centro culture contemporanee di Catania per AltreScene, la rassegna di arti sceniche contemporanee, è una rappresentazione senza tempo aderentissima al testo dello scrittore siciliano, omaggio indiretto, a sua volta, non solo al Leopardi dello Spavento notturno (pur se di «diversa sostanza») ma soprattutto a quel Lucio Piccolo di Calanovella scrittore de Le esequie della luna e che sarebbe rimasto come un nume intorno alla parola e all’opera di Consolo. Casimiro, malinconico Viceré di Sicilia, (e ci sovviene il Sigismondo di Calderon de La Barca che sogna se stesso), sdegnoso del suo stesso potere, auto-reclusosi in una Palermo luminosissima che disprezza e non comprende, sogna una notte la caduta della luna, che poi cade davvero in una remota contrada della Sicilia. Si tratta di un topos letterario che, senza contare Platone, risale a Lucano successivamente apprezzato e letto da Leopardi prima e Baudelaire poi per arrivare, tra gli altri, fino a Fellini e più recentemente alla splendido «Io venía pien d’angoscia a rimirarti» di Michele Mari, narrazione gotica della morbosa e mannara passione per la luna del poeta di Recanati.

Smentendo lo stesso Consolo che ne aveva parlato come di un testo «lontano dal genere teatrale», la «Lunaria» con Pietro Montandon ne sposa invece il senso profondo lungo una performance circense – ma di un circo dell’anima, interiore e arcano, fragrante e luminoso – che gli fa interpretare, senza distinzioni di sesso o di lignaggio, tutti i personaggi della favola – nel serrato succedersi di un Preludio, di due Scenari, inframezzati da un Intermezzo e chiusi da un Epilogo -, parlare lingue diverse, modificare intonazioni, modificare voci e accenti, mutare lingua medesima – latino e spagnolo, siciliano e sanfratellano – lanciarsi dalla prosa erudita al balbettio di villano, alternare ora i linguaggi voluttuosi e sensuali ora quelli dell’ampollosa prosa pseudo-scientifica degli Accademici dei Platoni Redivivi: tutti dentro un delizioso ed anche ironico delirio barocco. E ogni accadimento successivo alla caduta della luna avviene in mezzo ad una scena (a cura di Giorgio Panni e Giacomo Rigalza) essenziale eppur fantasiosa – il «Teatro delle Bizzarrie» – capace sostanziare con le sue «robbe» il senso stesso del teatro che la regia di Daniela Ardini condensa un poco più di una deliziosa ora di spettacolo: il baule che ne contiene appunto l’universo, insieme alle maschere – su tutte quella della stessa Luna – e dell’attore, personaggio di se stesso nel gran teatro del mondo en abyme: come sta a dimostrare il manichino del Re che campeggia nel Primo Scenario: già, pupi tutti siamo… Inseguendo la favola Vincenzo Consolo pareva in «Lunaria» essersi lasciato dietro i disastri della Storia ma solo per farli apparire dal negativo e in cui immaginare un mondo privo di Poesia sarebbe il disastro peggiore. Ben venga allora il sogno di una metamorfosi, di una rinascita indefettibile, dell’insopprimibile ritorno dell’immaginazione (in forma di Luna rediviva) «nelle speranze, nel sogno necessario, nella gioia luminosa dell’inganno».

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