Il “Kristo” distopico di Roberto Zappalà

In principio era il Verbo? Forse. In ogni caso questo di Roberto Zappalà e di Nello Calabrò è un dio diverso e lontano da quello della tradizione: fin troppo – patologicamente – umano.  Con “Kristo (quadri di indubbia saggezza)”, Roberto Zappalà aggiunge l’ennesimo frammento di una personalissima narrazione filosofica sul sacro – un fil rouge che addensa molte creazioni del coreografo catanese – declinata in una forma compiutamente teatrale e provocatoriamente profana.  E’ infatti il caos della quotidianità domestica la scena (quella del Teatro Stabile di Catania) su cui irrompe il protagonista: è il suo caos, dunque il nostro. E’ un povero cristo, dunque, ma capace a volte di diventare il Cristo vero, di sentirsi “Lui”. A quale dei due appartengono i dubbi? Chi lancia le invettive contro un mondo brutale? Chi è l’iconoclasta di chi? Chi si interroga sulla sua stessa identità? Sul proprio ruolo nel mondo? Massimo Trombetta, in quei panni, esplora entrambe le dimensioni, umana e divina, esplicitando col suo corpo concitato e con la sua voce frammentata e una sostanziale ironia di fondo, la tematica del doppio e della crisi di coscienza (cui allude fin troppo esplicitamente la kafkiana “k” di Kristo): la schizofrenia del protagonista è voluta; non a caso lo stesso Nello Calabrò, curatore dei testi, ha precisato che “c’è un linguaggio testuale e un linguaggio del corpo che nascono e si sviluppano insieme, ma non sempre vanno nella stessa direzione”. E testualmente questo “Kristo” oscilla a volte vertiginosamente lungo una bizzosa sequela di citazioni e riferimenti ma offre allo spettatore (meno ipocrita) anche la capacità di penetrare il senso profondo di un simbolo, di un exemplum che può redimere e che può salvarci dall’inferno quotidiano, “dalla merda collettiva”, da un mondo fintamente sacro sostenuto invece dall’odio – “l’odio aiuta” ci dice il povero cristo – “per essere veri credenti bisogna essere campioni di odio”.  Dunque questo è un “Kristo” antifrastico e molto pop, indubbiamente assai poco saggio, distopico e alienato, capace pure di prendersi letteralmente gioco di se stesso all’interno di un contesto lacerato: coscienzioso e appassionato, ma anche carismatico e carnale, ripercorrendo in parte alcuni momenti della stessa vicenda storica dell’altro Cristo: fustigato alla colonna, venerato prima e crocifisso poi; e la regia non a caso sembra a volte immergere lo spettacolo in atmosfere che ricordano per certi versi “I diavoli” di Ken Russell, creando veri e propri tableaux vivants in scene collettive, affollate e disturbanti, di potente impatto visionario: che siano suore o maddalene, apostoli o veline. 

Ma è anche un Kristo-Cristo grimpeur che si arrampica facile sulle Beatitudini (in una performance da stadio) o arranca lungo alcuni momenti della via Crucis. Allora, forse, lo scopo di questo povero cristo bipolare è quello di liberarci dal “nulla” di ogni religione storicizzata e vuota, di una collettività – nota lo stesso Zappalà – isterica e schizofrenica”. Un aspetto non meno significativo è costituito dai suoni di fondo che accompagnano lo spettacolo – i belati di un gregge al pascolo – a richiamare non solo paesaggi quasi idilliaci e ameni (in contrasto con l’inferno quotidiano), ma a riproporre il contrasto Natura-Cultura e al contempo evocare l’immagine iconica del pastor bonus. Forse la pecca di questo “Kristo” è la stessa corposità della struttura dello spettacolo, la sua insita schizofrenia, ma, come ammoniva Brecht, “se le persone vogliono vedere solo le cose che possono capire, non dovrebbero andare a teatro: dovrebbero andare in bagno.” Esattamente come fa il protagonista assiso sul pitale al centro della scena. Lungo un climax irresistibile lo spettacolo culmina con un lavacro di acqua e sangue (i due Kristo ormai sono uno: l’uomo è andato al di là della sua stessa essenza, il dio si è umanizzato) eppure i problemi reali rimangono: e allora ai (poveri) cristi casalinghi non resta altro, per inseguire una salvezza tutta prosaica, che telefonare all’idraulico: un dio ben più potente e necessario di loro.

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