L’anti-spettacolo per le morti bianche: “Entro i limiti della media europea” di Nino Romeo

Una denuncia in forma di anti-spettacolo tra dolore e pietas. Non solo la cruda cronaca ma il lutto e il lamento: interiori, spietati. Non i silenzi di circostanza ma le parole di una morte intollerabile dentro una scrittura drammaturgica fratta e circolare, ossessivamente nutrita da una lucidità tremenda e assoluta. Nino Romeo costruisce così il suo dolorosissimo Oratorio in nero per le morti in bianco – il riferimento è alla morte di sette operai nello stabilimento delle Thyssen Group del dicembre 2007, ma non solo – attraverso la voce della compagna di una vittima: e nella sua singolarità irripetibile di vita, di affetti, di eventi, di desideri ormai irrealizzabili e di sogni rimasti in un cassetto, quella vicenda si fa exemplum: abbraccia ogni madre, ogni figlia, ogni padre, ogni famiglia di un elenco terribile che si aggiorna senza sosta; ad oggi in Italia, le morti bianche toccano infatti cifre spaventose: secondo l’Osservatorio dei Diritti le denunce presentate (tra gennaio e agosto 2021) sono per ora attestate a quota 772.

Un teatro decisamente civile e politico, nel solco di tutta l’esperienza drammaturgica di Romeo, ma che ne costituisce forse il suo culmine (confermato dal conferimento del Premio Calcante nel 2010). E se, per esempio, «La menzogna» Pippo Delbono si apriva con l’irriverente e trasversale incipit di una incursione in platea per deragliare immediatamente chiunque s’illuda di trascorrere due ore narcotizzanti o facilmente decifrabili, Romeo evita accuratamente di pensare lo spazio del suo oratorio come a quello di uno spettacolo: piuttosto ad una prigione del dolore (la definizione è di Pippo Di Marca). Ed è questo il suo modo di onorare quelle morti, di manifestare la sua indignazione, di opporsi ad un sistema perfetto di sfruttamento in grado di metabolizzare ogni morte sul lavoro ascrivendola agli «effetti collaterali» della produzione e di annullare il suo carico di esistenze all’interno della quota fisiologica di perdite di una gelida statistica, di una volgare numerazione di massa: appunto «entro i limiti della media europea.» E’ poi la voce di Graziana Maniscalco, «Donna dal volto cupo» – cui fa eco l’«Uomo di spalle» – ad accendere la ricognizione all’interno di una storia familiare annullata dall’incidente. E il dolore di quella morte giunge immediato, diretto, senza mediazioni e finzioni. Il dolore è una madre, una moglie, un padre che si accartocciano le dita, che non trovano le parole; anzi le parole sono troppe: s’ingolfano, si spezzano, si inseguono senza trovare ne’ connessione ne’ senso apparente. Una storia che diventa una discesa agli inferi della quotidiana lotta per la sopravvivenza. Perché se prima, per tirare avanti, i conti quadravano a stento, figuriamoci adesso, che le finanziarie pretendono, che i prestiti a usura si moltiplicano, anche dopo il licenziamento «secco» della donna: e «il taglio di esuberi nella fabbrica» corrisponde a quello degli «esuberi in famiglia». Da quella morte in poi il tempo si contrae: i giorni a venire sono solamente il lavoro che manca. Tutto è sottratto: un colpo di vita, un piccolo viaggio, l’euforia di un progetto: ogni cosa cancellata nella e dalla tragedia. Dunque è questa straordinaria voce-corpo di Graziana Maniscalco a raggrinzarsi in spasmi di dolore e di accusa contro interlocutori muti: i compagni di fabbrica, i sindacalisti compiacenti, costretti a sacrificare il singolo per salvare l’insieme, i media, pronti a liquidare l’accaduto dentro un dolore composto, «lodato da presentatore e vallette, additato ad esempio dal politico mesto e da quello indignato messo in risalto dall’imprenditore mea culpa e dal sindacalista d’assalto». Davanti alla testimonianza spaventosamente reale di «Entro i limiti della media europea», il compito del Teatro di Nino Romeo diventa allora quello di scommettere contro se stesso: stimolo ad un percorso di auto-consapevolezza dove «la rivolta necessaria – come scrive lo stesso Romeo nelle note di regia – è più che mai un atto da promuovere.» E quella testimonianza non mendica applausi: la circostanza preferisce la discrezione e il silenzio davanti allo sfruttamento sistemico che «fa morire ogni giorno prima che giunga a portare via il corpo la morte annunciata.»

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