Sentirsi fuori luogo in un non-luogo: “Il coro di Babele” a Palco Off

Scarponi comodi da viaggio – magari un minimo trend – e un trolley per gli spostamenti veloci e frequenti. E ancora, libri indispensabili e cellulari: l’universo minimo di chi è costretto a emigrare per lavoro. Una scena nuda ed essenziale per “Il coro di Babele” – penultimo appuntamento di “Battiti”, la stagione di “Palco Off” sul palco del Centro Zo – per uno psicodramma semi-tragico ed ilare ad un tempo di una giovane “brigata” dalle competenze eccellenti, che sceglie di partire per necessità o forse perché vuole realizzarsi ma che si sente “fuori luogo” in nessun luogo, ovvero nella Babele evocata dal titolo.

Lungo una sorta di cuntu-rap convulso e frenetico, simpatico e spiritoso, ricco di un linguaggio apparentemente neutro e descrittivo ma che si carica antifrasticamente di significati intimissimi e perciò impossibili da definire, i cinque interpreti della Compagnia Barbe à papà (Claudio Zappalà, Chiara Buzzone, Federica D’Amore, Totò Galati e Roberta Giordano, tutti rigorosamente siculi-cosmopoliti), sciorinano i numeri e le geografie della distanza, la mappa frenetica delle loro peregrinazioni: monolocali angusti, spostamenti coi mezzi per andare/tornare dallo sgobbo, bagni in comune, letti scomodi, una rapidissima pausa-pranzo e i rari momenti di svago, ovvero tutta la mitologia (ahimè reale) dell’altrove, opposta alla serena noia (e alla sostanziale mancanza di lavoro) del paese natio. E’ solo sulla parola felicità che tutto s’inceppa, perché il lessico anonimo della comunicazione e della quotidianità non ha corrispettivi in quello del cuore. La loro Babele è infatti il mondo “fuori”, il non-luogo della funzionalità, dell’occupazione e dell’efficienza, del distacco umano e sociale; è la “grande città cattiva”, che li blandisce prima per spremerli poi, accendendo la loro lontananza di nostalgia e d’ombre di rimpianto, proprio lì dove stringeva il cuore parlare con la madre “senza poterla guardare in faccia”, lasciare la casa, gli affetti, un mondo amico e felice, o supergiù. Già, perché in fondo tutti vorrebbero tornare, riassaporarlo, fosse pure quello disordinato e improbabile che si erano illusi di lasciarsi alle spalle e che riemerge improvviso da una vaschetta di pasta al forno alla palermitana arrivata da lontano insieme a tanti, troppi, ricordi. Quello della Compagnia Barbe à papà è dunque un teatro accattivante e profondo, capace di farci sorridere e di prendersi un po’ in giro senza nascondere le debolezze e i desideri, le delusioni e i sogni di quei giovani: quello di ritornare una buona volta, magari per evitare di celebrare l’ennesimo compleanno in solitaria. Da questo punto di vista “Il coro di Babele” è uno spettacolo illuminato da una indubitabile freschezza e soprattutto dall’accattivante presenza scenica dei cinque protagonisti, i cui brevi e intensi monologhi sono tenuti insieme dalla comune cornice del distacco e della partenza, di un pathos che non è mai fine a se stesso ma che è capace di restituire tutta la contraddittoria, tenera e fragile ricchezza di una intera generazione.

“Il coro di Babele”

Con Chiara Buzzone, Federica D’Amore, Totò Galati, Roberta Giordano, Pierre Jacquemin

Testo e regia Claudio Zappalà

Produzione Barbe à Papa Teatro (Palermo)

Spettacolo selezionato al Milano Off Fringe Festival 2019

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