La dolce illusione della vittoria del bene: “La pazza di Chaillot” di Giraudoux allo Stabile di Catania

Adattamento di Letizia Russo, la regia di Franco Però.
Con Manuela Mandracchia, Giovanni Crippa, e con Giulio Cancelli, Evelyn Famà, Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Andrea Germani, Mauro Malinverno, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Jacopo Morra, Zoe Pernici, Miriam Podgornik, Davide Rossi.

Produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale 

Questa surreale commedia in prosa, rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1945, è una favola utopica che vive del contrasto tra gli uomini d’affari, i signori del mondo, spietati nella loro avidità insaziabile, “i cavalieri del capitale”, e le derelitte frange sociali, popolate da falliti, mendicanti, camerieri, tra cui si aggira Aurelia, la pazza di Chaillot, che rimpiange idillicamente un passato dominato dalle leggi dell’amore e del disinteresse. I più deboli alzano la testa e, con tecniche che mescolano registri grotteschi con caricature satiriche a tocchi patetici, eliminano i potenti crudeli, scaraventandoli giù in una fossa, un cunicolo, simbolicamente aperto nel sottosuolo di Parigi, la Parigi che loro intendevano distruggere per trivellare e cercare il petrolio.

Un elegante apologo dove la polemica anticapitalista è condotta su piani poco politici ma fortemente umanistici e morali. Nella messa in scena di Franco Però –di chiara eco brechtiana-  la contrapposizione è nettissima e sottolineata dal contrasto coloristico, il nero degli uomini d’affare, il colore fantasmagorico dei ribelli, delle tre donne che, nella loro visionarietà, progettano la soluzione catartica finale. La traduzione e l’adattamento, curati da Letizia Russo, hanno avuto il merito di alleggerire il testo di Giraudoux, snellire   le caricature dei personaggi che sono, qui, quasi realistici, sicuramente credibili. Anche perché il cast ha reso possibile questa operazione. La protagonista è Manuela Mandracchia (premio UBU, Maschere del teatro, Flaiano) che rende la stravagante Aurelia una figura sicura di sé e convinta della sua posizione, convincente con gli altri, empatica, ma anche fragilissima nella sua nostalgia di un passato perduto, di un amore non vissuto, di una vita che sfuma tra le dita. Affiancata da due attrici alla sua altezza, Evelyn Famà (caratterista nota al pubblico catanese, divertente e brava) e Ester Galazzi, e da un cast ben coeso. La poesia intrinseca di questo testo, nato in un epoca ormai lontana, ci tocca da vicino perché anticipa il tema ecologista oggi molto sentito e anche la riflessione sulla crudeltà degli squilibri sociali, l’ingiustizia profonda del capitalismo sfrenato. Non è del tutto condivisa dalla regia l’idea della soluzione positiva, della vittoria del bene sul male: il finale non è felice nell’ultima immagine, malgrado quelle parole pronunciate da tutti i personaggi: “Amo la vita”. La risata dei malvagi, che sembrano fuoriusciti dalla loro tomba sotterranea, lascia una tristezza consapevole nello spettatore che si era lasciato trasportare dalla favola del lieto fine.

 

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