Contro lo “stigma” della disabilità: il saggio di Roberto Cescon per Mimesis

C’è un silenzio al quale è impossibile sottrarsi per la sua spaventosa forza di manifestarsi. E’ quello della disabilità, che Roberto Cescon, poeta e insegnante, impone nei quattordici capitoletti di questo piccolo ma intensissimo saggio uscito per Mimesis, nella collana Accademia del Silenzio. Al centro della sua riflessione la superficialità culturale, sociale e istituzionale con cui tutti noi guardiamo alla disabilità, «stigma» di se stessa e quindi produttrice di stereotipi. Cescon ne allargo in senso e la profondità rendendolo quasi un concetto gnoseologico: «la disabilità è una condizione di vita sospesa, legata all’imprevedibilità stessa dell’esistere che ci sovrasta

Ora, a prescindere dal sui generis che innesca agli occhi di chi lo guarda, il disabile attenta ai codici sociali: se un tempo era letteralmente eliminato o sottratto alla comunità (una pratica che purtroppo resiste ancora, specie nelle piccole comunità) e rinchiuso in luoghi ad hoc in quanto errore, successivamente, almeno alla fine dell’Ottocento diventa oggetto di studio e inserito in strutture che, di fatto, lo individuano come nuova categoria sociale che ha dispiegato quegli stereotipi cui Cescon dedica i capitoli centrali del suo saggio: e una questione decisiva attiene all’immagine positiva che i media si sforzano di fornire della disabilità superata, facendo leva sul successo artistico o sportivo e tacendo colpevolmente la sofferenza, l’emarginazione a cui i disabili sono continuamente esposti; si è imposto così lo stereotipo del disabile-superuomo le cui affermazioni gli permettono il superamento (fittizio) della sua condizione. L’estetizzazione di quella condizione tace dunque la sua «fatica di essere». Allora bisognerebbe ricacciare tutti «nel recinto della normalità»: addirittura, le stesse protesi – incalza Cescon – sottolineano in realtà la disabilità come «mancanza». Solo se la protesi «è accompagnata da una mutazione dello sguardo è possibile la comprensione della disabilità all’interno della normalità della condizione umana». Cescon non lesina critiche, per altro assai bene argomentate, anche sulla cosiddetta letteratura disabile che è l’opposto della letteratura in quanto «rimbalzo della cronaca», mero ripetersi di fatti e avvenimenti che non vengono distillati attraverso una attenta rielaborazione formale. Eppure esiste una soluzione a quel silenzio che emana dalla disabilità: rinunciare a se stessi e «far posto all’inatteso, capace di turbarti e di porti in discussione». Non immaginare la disabilità ma percepire la nostra diversità. Solo in questa condizione di ascolto vero, di consapevolezza della vulnerabilità del nostro essere, è possibile aprire una breccia alla vera comprensione della disabilità e all’arido vero che essa comporta, per diventare finalmente «liberi e soli nel pulsare della ferita».

Roberto Cescon, Disabile chi? La vulnerabilità nel corpo che tace, Mimesis 2020, 6 euro

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